Noi non siamo gli antichi Romani: spunti sull’approccio alla Religio Gentile, oggi

Rappresentazione di una Commissione agraria. Miniatura del manoscritto Platinus, 1564 (IX secolo d.C. ) Roma
Rappresentazione di una discussione tra romani. Miniatura del manoscritto Platinus, 1564 (IX secolo), Roma

Diciamolo chiaro, a scanso di equivoci: noi non siamo gli antichi Romani. Tra noi e loro è passata molta acqua sotto i ponti. Quest’affermazione può essere dolorosa per molti di noi che si identificano con la romanità, le sue tradizioni, i suoi costumi, le sue vie, e che si sforzano di bere dalla ricca fonte apollinea e primordiale di spiritualità e di civiltà. Mi dispiace, si tratta di un fatto incontrovertibile: noi siamo un’altra edizione del genere umano, nel bene e nel male.

Segue la seconda provocazione. La nostra distanza dalla romanità può essere una disgrazia da ignorare e rimuovere, oppure una grande opportunità di arricchimento.

Ritengo che senza una chiara visione dei due punti appena citati, si corra il rischio di vivere la tradizione romana come un’illusione identitaria che, invece di arricchire la nostra vita, ci causi un’alienazione da essa, facendoci vivere in un tempo immaginario, come santoni sopra il cocuzzolo di un monte, mentre il logorio del mondo moderno segue il suo corso totalmente ignaro della nostra presunta ricchezza interiore. Anzi, per coloro che seguono un “gioco di ruolo” con uno scambio di identità, avviene uno sdoppiamento dell’esistenza, con i rischi che ne conseguono.

Questa riflessione sorge dall’osservazione del genere umano a cui appartengo, ragione per la quale userò il “noi” in quanto segue. Uso il “noi” per non cedere alla stolta presunzione di adagiarmi con saccente cipiglio sullo scranno illusorio di un giudice perfetto. Come siamo fatti noi, che seguiamo le antiche vie? La riflessione non si limita al M.T.R., ma a vari gruppi spirituali.

Quindi, tra “noi” appassionati di romanità:

  • c’è chi segue una visione estetica, basata su foto, toghe, abiti colorati ed eventi di ricostruzione dettagliata, con tanto di cariche auto giustificate, sostituendo la realtà alla pellicola di un film.
  • c’è chi si trova a seguire ciecamente un guru spirituale inteso come manifestazione dell’antichità ritrovata.
  • c’è chi fa il professore ancorandosi a una discussione archeologica ed organizzando gruppi di perfetta ricostruzione storica, senza toccare la sfera spirituale.
  • c’è chi agisce con uno stoico ed eroico senso del dovere, seguendo una via etica elitaria.
  • c’è chi posta sui social dalla mattina alla sera giurando fedeltà agli Dei nella nube dei bit.

Eccetera.

Queste differenze di impostazione si riflettono e si amplificano sui singoli appartenenti e sui vari gruppi. Oserei dire che si tratti di un meccanismo umano. Io creo un gruppo, creo un “noi” invece di “loro”, e amplifico la mia identità mettendo l’accento sulle differenze, contribuendo così a frammentare le schiere degli “appassionati”.

Non desidero qui coprire le ragioni profonde delle divergenze tra gruppi diversi, ma solo mettere l’accento che tutto questo sorge non dalle pratiche cultuali, di cui molti di noi vogliono dichiararsi seguaci, ma da tutto il contorno, perché risulta ovvio che il meccanismo con cui si crea l’identità non è la Religio stessa, ma la soggettività di chi la segue.

Da questo pensiero, possiamo tornare alle mie provocazioni iniziali: che noi non siamo gli antichi Romani, anche con un’infusione di DNA di patrizi, risulta chiaro spero a tutti. Possiamo fare un esperimento pensato – come faceva Einstein – immaginando di trasportare nel tempo un Romano della tarda repubblica alla nostra epoca. Che distanze abissali troverebbe rispetto al suo mondo? La visione del cosmo, della materia, della matematica, la complessità della società, l’intelligenza artificiale. Per non parlare della vita attorno ad un orologio che spacca il secondo, la medicina, i rapporti sociali. Certo, per noi, amanti della tradizione, fare lo stesso viaggio nell’altra direzione, verso l’antica Roma sarebbe più accettabile, in quanto almeno saremmo psicologicamente preparati – comunque in bocca al lupo con il latino, per non sembrare barbari e non finire a lavorare come schiavi da qualche parte, anche se tutti ci immaginiamo di giungere là come illuminati messaggeri del futuro accolti con tappeti rossi…

Le differenze tra i due mondi sono enormi e sarebbe illusorio cercare di cancellarle con un teorico legame spirituale auto affermando la nostra identità con un’etichetta semplice del tipo “noi siamo qualcosa”. Troppo fuorviante. Io posso dire di essere un unicorno, ma il mondo reale può solo compatirmi della mia illusione.

Credo che la domanda primordiale che una donna o un uomo moderno – con un barlume di autoconsapevolezza – dovrebbero porsi nel loro percorso nelle antiche vie romane è: perché? Il famoso “Cui prodest?”. Ossia: “perché prendersi la briga di seguire i culti romani, nonostante la distanza temporale con la sorgente primaria?”

Il fegato di Piacenza: noto strumento divinatorio etrusco che riproduce sul bronzo un fegato animale ripartendone gli ambiti divini
Il fegato di Piacenza: noto strumento divinatorio etrusco che riproduce sul bronzo un fegato animale ripartendone gli ambiti divini

Questa è finalmente una domanda sensata, onesta e – lasciatemi il termine – moderna. Una domanda la cui risposta dovrebbe essere nello statuto di ogni organizzazione, di ogni mente pensante. Anche perché noi siamo una minoranza consapevole, abbiamo scelto la bicicletta sulla quale salire. Anzi, siamo sicuramente più consapevoli noi di quanto lo fosse il romano medio, il quale semplicemente nasceva così, in un mondo pieno di Dei.

Torniamo alla domanda e relativa risposta. La “mia” risposta a questa domanda è la seguente: “seguo le antiche vie con la convinzione che, nello sforzo di percorrerle, possa crescere personalmente, spiritualmente e diventare una persona migliore, assieme ad altri che si affiancano in questo cammino.”

In altre parole, la Tradizione, intesa come Religio, è il fine ultimo, ma il percorso di crescita per raggiungerla è il vero obiettivo umano, senza il quale tutto si risolve a uno sterile esercizio.

Riassumiamo brevemente quanto detto finora per poter procedere con ordine.

  • C’è una distanza incolmabile con il mondo antico
  • Questa distanza genera un problema di identità che trascende la tradizione stessa, ma che potrebbe diventare un’opportunità.
  • L’identità affinché non sia illusoria deve considerare le motivazioni che ci spingono alla religiosità antica.
  • Una delle motivazioni può essere un percorso di crescita della persona e dei gruppi.

Devo sottolineare a chiare lettere che la crescita dell’individuo o del gruppo non è l’obiettivo diretto delle pratiche di culto. Ciò non è scritto da nessuna parte. Tuttavia, anche se lo sviluppo personale potrebbe sembrare un concetto esclusivamente moderno, in realtà era ben radicato nell’antichità. Non mi riferisco solo alla visione aulica della teurgia con le sue pratiche mistiche, ma anche al praticissimo stoicismo, che gettava le basi della psicologia, della logica, dello sviluppo dell’individuo (con lo studio di come si formano i pensieri) e della missione etica dello Stato.

Si potrebbe immaginare che la comprensione completa dello sviluppo di una persona (o di un gruppo) nel seno della Tradizione, sia composta da quattro componenti, tutte fondamentali, di cui occorre tenere conto: la Tradizione stessa (che in questo ambito si riferisce alla Religio), la filosofia, l’etica, la spiritualità. Questi sono i quattro ingredienti della torta che devono essere aggiunti, amalgamati e cucinati, per il potenziamento e la crescita della persona che percorre le antiche vie.

Busti di imperatori romani e principesse
Busti di imperatori romani e principesse della Collezione Torlonia

La Tradizione

Nel nostro ambito, si tratta di tradizione religiosa, dove il concetto di Religio è sfuggente, in quanto si tratta di un termine “collettivo”, ossia un insieme di pratiche religiose per il culto delle divinità della tradizione romana. Possiamo dire che le pratiche cultuali si dividono tra pubbliche – celebrate da magistrati pubblici di Roma – e private. Nel M.T.R. si portano avanti solo le pratiche private, in quanto non esiste più uno Stato romano che se ne occupi e l’auto proclamazione di queste cariche senza un apparato sacerdotale statale è considerata nefas.  Esistono diversi gruppi che invece hanno sviluppato in maniera indipendente un apparato più o meno complesso di cariche per celebrare i rituali, partendo in qualche modo da un’auto proclamazione iniziale. Si può quindi identificare una sostanziale differenza cultuale e religiosa tra chi sostiene il rito pubblico e chi no. Non riconoscere il fatto che lo Stato Romano con i suoi magistrati sia tramontato porta – secondo il M.T.R. – ad una illusione propria dei giochi di ruolo, una realtà parallela ed alienante rispetto al presente e alla storia. Per il praticante che riconosce la distanza dal mondo antico, come accennato all’inizio dell’articolo, il culto domestico è il momento di celebrazione degli Dei con le antiche formule. Parlando in forma strettamente “religiosa”, non si può dire null’altro se non che la corretta esecuzione del rituale è il fulcro dell’attività. Rigorosamente parlando, aspetti come: lo sviluppo dell’individuo, lo sviluppo dell’associazione, l’approccio filosofico, l’etica, l’organizzazione, l’esperienza spirituale non sono parte della Religio Gentile eppure sono oggetto continuo di discussione. Per questo chi intende avvicinarsi alla Religio, prima o poi deve confrontarsi con la comprensione del mondo. Da cui la trattazione sulla filosofia.

FIlosofia

La filosofia antica e moderna sono parte della comprensione della Tradizione e anche della motivazione per seguirla. Certamente si può seguire la Religio senza avere nozioni di filosofia, ma questo percorso nel mondo moderno richiede uno spirito critico – quasi elitario – che permetta in primo luogo di allontanarsi dalla modernità (consumismo, materialismo, spiritualità da consumo), ed in secondo luogo di rifuggire dal nichilismo per ricostruire eroicamente una via alternativa. Julius Evola nel suo “Costruire su Macerie” propone quest’approccio che, ovviamente, non è l’unico: la filosofia è fatta per menti curiose che ragionano, non per chi fa la guerra delle etichette. Ovviamente ci sono filosofie moderne che possono indirizzare verso una tradizione antica, ed altre semplicemente no, come il marxismo che, anzi, vede nelle tradizioni dei popoli un nemico da debellare. La filosofia antica invece, più che orientarci verso la tradizione o meno, è rivolta alla comprensione del mondo. Gli autori neoplatonici hanno molto ragionato sulla natura degli Dei, sui meccanismi dei rituali, sulla natura delle anime e sulla nostra relazione con il mondo vivo e spirituale che ci circonda. Direi che è naturale che chi segue la Tradizione e gli antichi rituali si ponga domande sul senso di ciò che sta facendo, traendo grande beneficio dai ragionamenti degli antichi filosofi. I quali non propongono solo grandi quadri teorici, ma indagano sull’animo umano, sui suoi meccanismi di comprensione, sulla virtù del cittadino nella società. Ecco che si stabilisce un importantissimo ponte con l’etica.

Etica

La grande dimenticata. In questo mondo moderno di guru a buon mercato si fa fatica a trovare l’etica, la correttezza, il valore. E questo non vale solo per la Tradizione Romana, ma per ogni movimento spirituale, politeista o meno, per il mondo del lavoro, il mondo economico, per le relazioni interpersonali, in altre parole per tutta la società moderna. Quando si coniuga la pochezza moderna con l’illusione della realtà virtuale di internet, il panorama diventa desolante. L’etica, espressa dalla virtus romana, è legata alla Tradizione, anzi, ne è il fondamento. Se non ci sono basi etiche, la forza di volontà di seguire la tradizione, di compiere con continuità i rituali, di servire la Religio senza storpiature e forzature, ognuno con i suoi mezzi, allora la tradizione è uno sterile esercizio, un gioco di identità dove possiamo proiettare una personalità che non abbiamo. La nostra etica si alimenta dalla filosofia, soprattutto quella antica, dallo stoicismo di personaggi come Epitteto, Seneca, Cicerone, e dall’esempio dell’insuperabile Marco Aurelio.SALUS

Spiritualità

In un mondo permeato di divinità, di logos, popolato da numi, dove fiumi, boschi, pianeti manifestano piani di esistenza superiori ma presenti attorno a noi, non può mancare la spiritualità, che si alimenta attraverso l’attenzione verso le manifestazioni – generalmente percettibili come intuizioni, vibrazioni, associazioni di simboli. Dall’esperienza diretta del divino delle antiche genti, di Romolo e di Numa, si stabilirono i primi rituali: l’esperienza del fuoco, dei gesti, la presenza degli antenati, i geni, i lari ancora oggi ci offrono l’esperienza dell’ineffabile, l’intuizione dell’impercettibile, aprendo la porta al mondo tanto sciamanico-terreno come all’esoterico-celeste. Oggi noi moderni non possiamo seguire la Tradizione senza aver stracciato prima il velo del materialismo, dello scientismo, dell’oggettivismo spirituale basato su un fanatico credo astratto. Al di là del velo esiste il vero cuore pulsante immortale, quella linfa piena di energia che ci dona la gioia e l’ardore di portare avanti esperienze recuperate attraverso i millenni, quel legame che amalgama la mente filosofica, con l’etica e con la potenza delle manifestazioni spirituali, per portarci verso la Tradizione.

Il cammino indicato dalla Tradizione è dunque completo, ricco di spunti, e può essere occasione di sviluppo personale come esseri completi ed integrati. La Tradizione, così attenta a sottolineare l’importanza dell’asse polare di Giano, è essa stessa la Stella Polare, che indica una direzione immutabile in mezzo alla rotazione perpetua dell’esistenza. Possiamo temprare la nostra persona in un percorso dalla modernità ad una dimensione senza tempo, dando solidità ai nostri passi terreni, con l’ausilio della filosofia, dell’etica e della spiritualità.

Mario Basile