Il mistero dei larari d’argento naufragati a Comacchio: sono doni di Augusto?

Il Museo del Delta antico di Comacchio
Il Museo del Delta antico di Comacchio

Comacchio è la cittadina emiliana famosa per la sua quinta teatrale d’ingresso, detta i Tre Ponti e nota per la pesca e la cucina delle anguille, per i paesaggi lagunari con le barene, per gli aironi e per le zanzare.

Un tempo sorgeva al centro del delta del fiume Po, almeno sino al prosciugamento delle valli da pesca in favore dell’agricoltura che ne ha spostato l’asse più a nord, e conserva il fascino silente, soprattutto alla luce magnetica del demone meridiano, del borgo sonnecchiante disteso su canali che specchiano palazzotti secenteschi e torrette medievali, assolati ormeggi e colorati barconi da pesca adattati a ristoranti tipici.

Sorta nel buio dell’alto medioevo, distinta e non erede della vicina Spina – regina etrusca dell’Adriatico di cui quest’anno cade il centenario della riscoperta – Comacchio divenne proprietà dei papi in forza di un rocambolesco scippo agli Estensi (e all’Impero) e rimase per secoli la sede vescovile più a nord dello Stato della Chiesa.

A Comacchio c’è poco di romano antico.

I nostri antenati, infatti, non eressero in zona municipi ma, dopo aver conquistato il delta, già forti della presenza di Classe (a ridosso di Ravenna), sede della flotta imperiale, ne fecero una grande oasi di ville di campagna, di pace e di ozio.

Tuttavia, le Parche spesso amano farsi beffe di logiche scontate e tessono trame diverse alle umane aspettative.

Dicevamo che la zona era al centro del Delta.

E dunque, quando Comacchio doveva ancora sorgere, era questa la foce del Po, l’accesso dal mare al grande fiume e ai suoi ricchi commerci con i municipi emiliani e cisalpini che sull’Eridano s’affacciavano.

Accadde così che ai tempi di Augusto, intorno all’anno zero dell’Era Comune, qui cercasse di approdare una nave oneraria imperiale.

I vasi ritrovati nella nave naufragata
I vasi ritrovati nella nave naufragata

Portava vasellame di lusso, preziosi oggetti di culto, lingotti di piombo, legname, derrate, olio, vino e probabilmente capi d’abbigliamento destinati a clienti molto facoltosi, del lignaggio di senatori o cavalieri.

Oltre all’equipaggio era sicuramente presente un drappello di militari.

Nessuno di loro però poté nulla quando il vento improvvisamente si alzò e le acque del Delta si ingrossarono, sino a impedirne l’ormeggio.

Per un po’ l’imbarcazione andò probabilmente alla deriva dentro la foce del fiume, trasportata dal vento e dalla corrente, poi si arenò in un banco di sabbia, disalberata e sommersa dall’acqua palustre.

Scomparve così per secoli alla vista con tutto il suo carico, anche umano probabilmente.

Duemila anni dopo, nell’autunno del 1980, con gran parte dell’area già prosciugata e bonificata (sin dall’inizio degli anni Venti del secolo scorso), una ruspa intenta a scavare in un canale del bacino di Valle Ponti, un’area a pochi chilometri da Comacchio, bloccò improvvisamente la benna per aver incrociato fasciame di legno. L’intervento della Soprintendenza fermò subito i lavori di dragaggio e cautamente diede il via allo scavo: gli “edili” avevano infatti incrociato un relitto di un’antica imbarcazione. Si trattava, appunto, della nave oneraria imperiale.

La scoperta portava così, improvvisamente, in dono a Comacchio quello che non aveva mai avuto: preziosissime testimonianze della Roma augustea, quella Roma che qui non aveva urbanizzato e lasciato, come altrove, tracce da riscoprire scavando solchi nella storia che tanto ha impresso le vicende d’Italia.

Ci sono voluti quasi dieci anni di lavoro per riportare la nave di Comacchio, lunga oltre venti metri e larga circa sei, alla luce del sole, altri dieci per ricomporre musealmente il prezioso carico, mentre lo scafo è ancora in corso di consolidamento.

Uno dei cinque larari portatili: si noti la finezza del cesello e la ricchezza dei colonnine
Uno dei cinque larari portatili: si noti la finezza del cesello e la ricchezza di colonnine

Il relitto della nave giace invece, ancora non visitabile e racchiuso di vetroresina, in attesa del definitivo consolidamento.

L’imbarcazione era dotata di albero con vela quadra e di timoni laterali. A scafo piatto e arrotondato, doveva pesare, a pieno carico, 130 tonnellate. La mancanza di una vera e propria chiglia la rendeva adatta sia alla navigazione interna, sia a quella costiera.

La nave faceva parte di quella categoria di naviglio classificato come sutilis navis e cioè nave a scafo cucito. Le assi di fasciame erano infatti, e sono ancora, tenute insieme da un sistema di legatura incrociata con corde. Questa tecnica, oltre all’ambiente anaerobico nell’acqua, ha favorito la conservazione delle strutture.

Il carico di maggiore entità, ora esposto al piano terra del Museo, è costituito da 102 lingotti di piombo di provenienza spagnola (di quasi tre tonnellate di peso), da decine di grandi anfore per derrate alimentari, olio e vino di origine rodia, istriana ed apula, vasellame, oggetti di culto, lucerne, mestolini, pissidi in stagno e, infine, tronchi di bosso, tutti materiali che comunicano la vivacità dei rapporti commerciali di allora, lungo il Po. A ciò si aggiungano i materiali rinvenuti nello scafo: calzature, sacche e giubbotti in cuoio, calamai, balsamari, pugnali, gladi, ami da pesca, pedine e dadi da gioco. Esposti anche attrezzature e materiali necessari a governare l’imbarcazione (cordami, chiodi, mazze, un’accetta, una pialla, un’ancora) e alla vita di bordo (piatti, bicchieri, pentole, fornelli, ceste, stadere).

Il rinvenimento più stupefacente, però, sono cinque magnifici larari in miniatura, in piombo argentifero: oggetti di culto unici che non trovano repliche in alcun’altra raccolta museale pubblica. Hanno già avuto l’onore di essere esposti nel 2016 in Bassa Sassonia al Varusschlacht im Osnabrucker Land – Museum und Park di Karlkriese e al Museum of History di Hong Kong.

Di misure che non superano i sette/otto centimetri di larghezza e i dieci/dodici di profondità e di altezza, i larari sono stati realizzati con lamine di piombo, con un anello saldato al tettuccio per consentire la presa. Sono stati prodotti in serie con grande maestria e uno stampo degli elementi principali, montati con punti di saldatura o a incastro. Ai quattro lati sopra il podio hanno un delicato fregio di bucrani (crani di bovini, simboleggianti i resti dell’animale sacrificato alle Taurilia) alternati a festoni, come sull’Ara Pacis. Si reggono su due coppie di piedini a zampa di leone. Le colonne, due sulla fronte, cinque sui lati e tre sul retro, scanalate nella parte superiore del fusto, terminano con capitelli ionici. A ciò si aggiungano, sul timpano frontale e sulla base frontale, elementi simbolici caratteristici della politica di Augusto: il Sidus Iulius, la cometa che tracciò il cielo di Roma alle Idi di marzo del 44 a.C., giorno della morte di Cesare, e l’ibis, uccello simbolo dell’Egitto sottomesso a Roma. Quattro di questi tempietti hanno, davanti alla cella (con porticina basculante), la statuetta di un Cupido alato con una torcia rovesciata nella mano destra. All’interno della cella la statuetta di Venere (progenitrice della Gens Iulia, la famiglia di Cesare e di Augusto) seminuda che trattiene la veste con la destra secondo l’iconologia della Venus Genitrix e solleva il braccio sinistro al di sopra di un’erma con un Priapo in esibizione fallica o con un trofeo di armi, quest’ultimo a simboleggiare le vittorie militari (di Cesare). Un quinto tempietto ha invece al suo interno, nella celletta, il solo simulacro di Mercurio che regge una borsa di monete: rappresenta lo stesso imperatore Augusto, che ha portato prosperità a Roma.

Cupido, Venere e Priapo
Cupido, Venere e Priapo

Con tutta evidenza si tratta di cinque larari in miniatura, pret a porter del periodo di Augusto (morto nell’anno 14 dell’Era comune) ove è chiarissima la simbologia cultuale legata ai numi e ai penati del primo imperatore e a tutta la nota narrazione sulla Gens Iulia.

Probabilmente erano destinati a personaggi di alto lignaggio in continuo movimento nelle terre dell’impero, i quali in tal modo potevano giornalmente rituare con facilità, essendo il rito in favore della Pax Deorum Homininque e della salute dell’imperatore, una pratica quotidiana imprescindibile, soprattutto tra i vertici delle magistrature. Magistrati, dunque, che si alternavano al comando di legioni o di coorti imperiali e non potevano portarsi ingombranti larari in pietra.

Facendo un’ipotesi, potremmo azzardare che si trattasse di stimati, ma lontani, collaboratori di Augusto, cui l’imperatore si rivolgeva con un dono personale.

La datazione dell’affondamento potrebbe aiutarci a risalire ai generali romani in movimento, allora, in alta Italia o al di là delle Alpi, degni di un simile omaggio.

Purtroppo, a parte le iscrizioni sui lingotti di piombo rinvenuti sulla nave, che li fanno appartenere a Marco Vipsanio Agrippa (63-12 A.E.C.), il miglior amico e genero di Augusto, e indicano anche il fonditore, altri elementi probanti non ne abbiamo. E comunque pure questa datazione non sarebbe sufficiente, costituendo solo un dies a quo.

Rimane quindi, questa di Augusto e dei suoi generali solo un’idea suggestiva che alimenta il mistero.

Neppure il raffronto con oggetti simili aiuta: non esistono, infatti, rinvenimenti del genere in tutto il mondo romano.

Al Museo archeologico nazionale di Napoli, il più imporrante del globo per ricchezza e qualità di oggettistica romana – rinvenuta tra i siti di Pompei, Ercolano, Stabiae e Oplontis – non ha esposto nulla del genere. In argento ci sono solo tre statuette provenienti dal larario della villa di Cenus Domitus Auctus dei dintorni di Pompei: una Venere nuda affiancata da una colomba, un serpente avvolto in spire con la bocca spalancata a rappresentare il Genius loci e un’Iside Panthea con gli attributi di Fortuna (timone) e Cerere (grano); l’unica qualità in comune coi larari di Comacchio è il materiale, essendo queste di Pompei con tutta evidenza e per dimensioni, parte di un classico larario in pietra.

Per completezza diamo notizia anche di altri tempietti pret a porter (non esattamente larari, ma anch’essi un unicuum) noti agli archeologi.

Due sono al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria e provengono da Rosarno, l’antica Medma, ed hanno dimensioni 47 x 24 x 29,5 e di 24 x12,5 x 19.

Il terzo, più interessante perché più simile a un larario, è esposto al Museo archeologico nazionale di Potenza. Rinvenuto a Garguso, centro anellenico della montuosa Lucania interna, è di manifattura metapontina e proviene dagli scavi di un santuario magnogreco (loc. Filera) frequentato dalla metà del VI secolo A.E.C. alla fine del IV. Il tempietto è in marmo greco, è stato datato intorno al 480-470 ed è corredato da una divinità femminile assisa in trono. Misura 49 x 34 x 42 cm., la statuetta è alta 21 cm..

Ci pare chiaro tuttavia, che nessuno di questi manufatti possa essere assimilato ai larari di Comacchio sia per il materiale, sia per le dimensioni, sia per la funzione e sia infine per provenienza. Quindi non possiamo parlare di precedenti, ma piuttosto di opere probabilmente riconducibili alle numerose urne cinerarie a capanna rinvenute nelle necropoli italiche nel IX/VIII secolo A.E.C..

Se, dunque, non possiamo documentare a chi i preziosi “argenti del Delta” erano destinati, chi li ha commissionati e perché – nonché quanto la loro “tiratura” fosse “limitata” – qualcosa però possiamo lumeggiare sulla sede della manifattura.

Ci soccorre qui la conoscenza enciclopedica di un amico critico d’arte, Michele Araldi, il quale mi segnala un passo degli Atti degli apostoli (19: 23-41) dove i preziosi larari portatili, incredibilmente, vengono citati.

Mercurio
Mercurio

Eccolo.

Il tumulto di Efeso

23 In quel periodo vi fu un gran tumulto a proposito della nuova Via.

24 Perché un tale, di nome Demetrio, orefice, che faceva tempietti di Diana in argento, procurava non poco guadagno agli artigiani.

25 Riuniti questi e gli altri che esercitavano il medesimo mestiere, disse: «Uomini, voi sapete che da questo lavoro proviene la nostra prosperità;

26 E voi vedete e udite che questo Paolo ha persuaso e sviato molta gente non solo a Efeso, ma in quasi tutta l’Asia, dicendo che quelli costruiti con le mani non sono dèi.

27 Non solo vi è pericolo che questo ramo della nostra arte cada in discredito, ma che anche il tempio della grande dea Diana non conti più, e che sia perfino privata della sua maestà colei che tutta l’Asia e il mondo adorano».

28 Essi, udite queste cose, accesi di sdegno, si misero a gridare: «Grande è la Diana degli Efesini!»

29 E la città fu piena di confusione; e trascinando con sé a forza Gaio e Aristarco, macedoni, compagni di viaggio di Paolo, si precipitarono tutti d’accordo verso il teatro.

30 Paolo voleva presentarsi al popolo, ma i discepoli glielo impedirono.

31 Anche alcuni magistrati dell’Asia, che gli erano amici, mandarono a pregarlo di non avventurarsi nel teatro.

32 Intanto, chi gridava una cosa, chi un’altra; infatti, l’assemblea era confusa, e i più non sapevano per quale motivo si fossero riuniti.

33 Dalla folla fecero uscire Alessandro, che i Giudei spingevano avanti. E Alessandro, fatto cenno con la mano, voleva tenere un discorso di difesa davanti al popolo.

34 Ma quando si accorsero che era giudeo, tutti, per quasi due ore, si misero a gridare in coro: «Grande è la Diana degli Efesini!»

35 Allora il segretario, calmata la folla, disse: «Uomini di Efeso, c’è forse qualcuno che non sappia che la città degli Efesini è la custode del tempio della grande Diana e della sua immagine caduta dal cielo?

36 Queste cose sono incontestabili; perciò, dovete calmarvi e non fare nulla in modo precipitoso;

37 Voi, infatti, avete condotto qua questi uomini, i quali non sono né sacrileghi né bestemmiatori della nostra dea.

38 Se dunque Demetrio e gli artigiani che sono con lui hanno qualcosa contro qualcuno, ci sono i tribunali e ci sono i proconsoli: si facciano citare gli uni e gli altri.

39 Se poi volete ottenere qualcos’altro, la questione si risolverà in un’assemblea regolare.

40 Infatti corriamo il rischio di essere accusati di sedizione per la riunione di oggi, non essendovi ragione alcuna con la quale poter giustificare questo tumulto».

41 Detto questo, sciolse l’assemblea.

Il tempietto di Garguso
Il tempietto di Garguso
Le stauette del larario di Pompei
Le stauette del larario di Pompei

Oggi ridotto a una singola colonna, il tempio di Diana di Efeso era il monumento più celebre della capitale della provincia romana di Asia e, secondo Pausania (4.31.8), era una delle sette meraviglie del mondo (fu raso al suolo nel 401 per ordine di Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli).

Sappiamo poi che uno di questi argentieri di Efeso si chiamava Demetrio e che per difendere il lavoro della categoria dalle invettive persecutorie dell’iraconda comunità cristiana fece scoppiare un tumulto sedato a fatica.

Quindi, la manifattura era molto importante e fiorente e deve aver lavorato per diverso tempo.

Inoltre, era in piena produzione proprio in un periodo sostanzialmente concordante con il nostro naufragio sulla foce del Po, visto che la pagina degli Atti ci parla di un tempo coevo o appena successivo all’evento catastrofico, che gli archeologi hanno collocato intorno all’anno zero. Gli Atti, infatti, vennero redatti tra gli anni 80 e 90, ma si riferiscono a fatti accaduti nei decenni precedenti.

Venivano dunque da Efeso i nostri cinque tempietti “augustei” naufragati nella foce del Po?

E’ inverosimile che Augusto si sia fornito proprio in una manifattura di orafi prestigiosa, facendosi cesellare i larari con divinità coerenti con la sua riforma religiosa in senso tradizionale?

Non è mai per caso quando due luci lampeggiano sincrone a chi viaggia a fari spenti nel buio della storia.

Paolo Casolari

 P.S.

Si ringrazia l’avvocato Arturo Franchini, presidente dell’Associazione Amici dell’Arte “F. Allegretti” di Modena, che ha organizzato l’escursione culturale a Comacchio e Tresigallo l’11 giugno scorso, senza la quale difficilmente avremmo scoperto l’esistenza, poco pubblicizzata fuori la cerchia degli addetti, dei cinque preziosi larari imperiali.