Il volto di Maia e di Hermes scolpisce le cime della Maiella e del Gran Sasso

Le "Gole di Popoli" dove il Parco Nazionale del Gran Sasso tocca quello della Maiella
Le “Gole di Popoli” dove il Parco Nazionale del Gran Sasso tocca quello della Maiella

Le divinità dei nostri avi figli delle civiltà  sviluppatesi intorno alla dorsale appenninica durante l’Età del Ferro a partire dal X secolo a.C., fra l’Etruria, il Piceno, la Sabina, il Lazio e il Sannio, erano visibili in ogni aspetto del creato, nel sole che bacia e riscalda la terra, nelle acque fonti di vita e avvolte da misteri tanto grandi quanto l’immensità del mare, nelle foreste sacre alle pendici dei monti, nel comportamento degli animali, nelle cime delle montagne impervie e avvolte dalla nebbia. Ogni avvenimento, anche il più insignificante al comune uomo del XXI secolo intriso di materialismo e relativismo culturale, aveva un significato ben preciso per i nostri avi.

A tal proposito, i monti abruzzesi sono scenario di miti senza tempo, da raccontare davanti al fuoco durante i rigidi inverni montani, o in estate seduti sugli alti prati dei grandi altipiani dell’Appennino Centrale, storie che incantano da anni turisti e curiosi.

Il mito più famoso riguarda le due vette più alte degli Appennini continentali, il Gran Sasso (2912 mt Slm) e la Maiella (2793 mt slm) ed è collegata a due figure divine, una maschile Hermes (Mercurio) e una femminile Maia (sincretisticamente, gli Italici Fauno e Fauna o anche Libero e Libera, per esempio) a testimonianza dell’importanza di queste due montagne per la vita dei popoli aprutini Peligni, Frentani, Marrucini, Vestini, Piceni e Pretuzi che hanno contribuito in maniera determinante al consolidamento e alla espansione della Res Publica Romana.

Su questo argomento nel 2017 ho pubblicato un romanzo mitologico “La Leggenda della Nascita del Gran Sasso e della Maiella” ispirato dalla tragica storia di Hermes (Mercurio) e Maia tramandata oralmente fino ai giorni nostri dagli antenati di cui qui di seguito riporto una breve parte dell’introduzione.

La storia ha il suo epilogo proprio in Abruzzo dove Giove diede alle due montagne le fattezze di Hermes e Maia

“La tradizione popolare narra che la Maiella madre, montagna sacra, è stata dimora di civiltà antichissime, di cui restano molte testimonianze.

Il mito racconta che Maia era figlia di Atlante e Pleione, che avevano altre sei figlie.

Maia non era solo la maggiore, ma anche la più bella di queste. Ebbe una relazione con il Dio Zeus, da cui nacque Ermete.

La Dèa fuggì dalla Frigia per salvare questo suo figlio, un bellissimo gigante ferito durante uno scontro e inseguito dai propri nemici.

Ella arrivò tramite una zattera ad Orton (Ortona), dopo un terribile naufragio.

Qui attraversò i boschi e scalò il Gran Sasso, rifugiandosi in una caverna.

Tentò di salvare suo figlio ma non vi riuscì, sprofondando in una terribile angoscia.

Sul Gran Sasso si può ben notare la sepoltura del giovane gigante: la vetta orientale del Corno Grande riproduce, infatti, un gigantesco volto umano assopito in un sonno eterno.

Questo meraviglioso spettacolo della natura viene chiamato “Il Gigante che dorme”.

Per un favoloso miracolo, poi, il monte osservato da un’altra prospettiva si trasforma in una meravigliosa fanciulla dalle forme sinuose detta “La Bella Addormentata”.

Un risvolto magico che mostra madre e figlio uniti per sempre in un connubio suggestivo, che incanta chiunque possa godere di un tale spettacolo naturale.

Tornando alla leggenda, Maia pianse per giorni la morte del figlio e le sue lacrime divennero stille di rugiada che rivestono i prati dei nostri monti.

Il suo corpo fu portato da fedeli e parenti della Dèa su una imponente montagna di fronte al Gran Sasso. Quella montagna, da quel giorno, fu chiamata Maiella.

Il nome “Monte Amaro”, conferito alla cima più alta, secondo alcuni, deriverebbe proprio dal profondo dolore vissuto dalla Dèa Maia.

Il suo volto distrutto dal dolore si riflette persino sulla Cima delle Murelle, dove è impresso come in un quadro di alta maestria.

Così è anche per il Vallone di Femmina Morta, in cui il rumore scrosciante delle cascate, il vento che ulula disperatamente e le foreste ricordano il lamento disperato della dea per la morte prematura del figlio”.

Ancora oggi, lungo l’antico tracciato della via Tiburtina Valeria si possono scorgere nel versante orientale delle due montagne le struggenti fattezze di Hermes morente e dell’inconsolabile Maia, immortalate per l’eternità che non smettono di inviare moniti e messaggi agli uomini.

Cristiano Vignali