L’incanto del Lucus Angitiae dove i vapori del bosco danzano per la dea dei Marsi

Supposta statua (in terracotta) della dea Angizia del III secolo a.e.c. presso il Museo Paludi di Celano
Supposta statua (in terracotta) della dea Angizia del III secolo a.e.c. presso il Museo Paludi di Celano

La Marsica è tornata prepotentemente di attualità grazie alla cronaca della scomparsa, sul Monte Velino, di quattro escursionisti. Ma questo estremo lembo occidentale dell’Abruzzo, dove la natura ancora in gran parte domina e in cui fino all’Ottocento la faceva da padrone il Lago Fucino, oggi prosciugato, ha molto da offrire in termini naturalistici e storici e, soprattutto, è un piccolo scrigno incantato di religiosità pagana.

Il Monte Velino, infatti, secondo la tradizione italico – romana ė Signore della conca del Fucino, sulle cui rive, nelle cavità naturali di una altura circondata dal bosco del Corno Penna che si affaccia sull’ex lago, vive la Dėa Angizia, figlia di Eeta e sorella di Circe e di Medea.

Angizia è considerata una delle “gran madri” italiche con doti curative, venerata particolarmente dai Marsi, dai Peligni e da altri popoli di stirpe osco – sabella dell’Appennino centro – meridionale. La troviamo con vari nomi: Anctia fra i Marsi, Anaceta o Anceta presso i Peligni, Anagtia presso i Sanniti. A Corfinio esisteva il culto fra le donne ed era chiamata Keria, mentre i Romani spesso associavano sincretisticamente il culto di Angizia – come quello delle altre gran madri italiche- a quello di Bona Dėa. Il nome Angizia deriverebbe dal latino da angui (serpente), animale a lei sacro, che pare riuscisse a incantare e a dominare col suo canto e dal cui movimento si può capire il volere della Dėa e la previsione del futuro per l’anno venturo. In quanto legato al “serpente” di Esculapio, il culto di Angizia è collegato alla salute e alla cura delle persone. Non a caso questa gran madre dei Marsi era considerata una maga e insieme alle sue sacerdotesse, sapeva usare le erbe curative per guarire, arte in cui eccellevano le genti marsicane. Molti ipotizzano che Angizia in quanto gran madre italica fosse anche una divinità agraria, legata alla fertilità della terra. Secondo alcuni era considerata anche una divinità funeraria. L’antico culto della Dėa Angizia affonda nell’età del Bronzo, secondo i conforti che ci provengono dai ritrovamenti archeologici, ed era diffuso in vaste aree dell’Italia centro – meridionale.

Le cerimonie religiose cristiane e folkloristiche con i serpenti, che incredibilmente si svolgono ancora oggi – mutuate chiaramente dalla religione italico/romana – rivelano la devozione alla Dėa da parte delle popolazioni osco – sabelle dell’Appennino centro – meridionale. Il mito racconta che Angizia riusciva ad incantare il serpente con il canto e dal comportamento del rettile poteva capire il volere della Dea e la previsione del futuro per l’anno venturo. Da questo antichissimo rito deriva oggi quindi la festività di san Domenico, detta anche “Festa dei serpari”, che si celebra nel vicino borgo di Cocullo (Aq) il 1 di maggio. L’aspetto più singolare di questa ricorrenza è la presenza dei serpenti vivi portati in processione insieme al simulacro del santo per le vie del paese sul quale si attorcigliano, coprendo manto, barba e capigliatura della statua. Ed è ancora viva l’idea che dalle forme assunte dai serpenti si possono trarre auspici sull’andamento della stagione agricola e del nuovo anno in genere.

I resti dei tre templi di Angizia
I resti dei tre templi di Angizia

Di Angizia hanno scritto in particolare Silius Italicus che nelle Punicae (Libro VIII, 495-501) tratta dei sui suoi poteri: ”Angitia, figlia di Eeta, per prima scoprì le male erbe, così dicono, e maneggiava da padrona i veleni e traeva giù la luna dal cielo; con le grida i fiumi tratteneva e, chiamandole, spogliava i monti delle selve”. Inoltre Publio Virgilio Maro nell’ Eneide (VII, 759), quando parla del Fucino, individua la sua dimora vicino al lago: Te nemus Angitiae, vitrea te Fucinus unda, te liquidi flevere lacus. Grazie a questa testimonianza gli archeologi hanno così individuato la dimora di Angizia in un boschetto su un colle vicino all’ex lago Fucino che corrisponde alle rovine dell’area sacra di Lucus Angitiae nel comune di Luco dei Marsi (lucus è il bosco sacro per gli Italici e per i Romani). Luco dei Marsi in età preromana era un rilevante centro politico – religioso con un santuario: tale rimase fino alla guerra sociale del 91/89 a.e.c. (che portò alla concessione della cittadinanza romana a tutti gli Italici), quando nacque il municipio romano di Anxa – Angitiae, che rimase attivo fino almeno al VII secolo dell’era comune.

Siamo stati sul posto a visitare il bosco sacro di Angizia ed i resti dell’area sacra (vedi: https://youtu.be/FWb5S0t2964). Il complesso annovera tre templi, due italici, risalenti al III/II secolo prima dell’era comune, e l’altro romano, eretto fra il periodo tardo repubblicano e l’età augustea a testimonianza dell’unione dei popoli italici sotto Roma dopo la citata guerra sociale. Il sito è tutt’oggi visitabile su richiesta o in occasione di particolari festività e ricorrenze (vedi la cerimonia che si svolge nel giorno di Pentecoste, dove gli zampognari sostano a suonare presso i resti dei templi).

La visita allo scavo trasmette a chi lo vuol cogliere il sapore dell’incantesimo quando, avvolti nel silenzio della notte, la teofania si realizza all’improvviso nei fumi che il terreno sprigiona alle quote più alte, tra gli alberi, facendo prendere vita al bosco, che diventa così la quinta teatrale dove i vapori, simulacri eterei di sacerdotesse consacrate, muovono sinuosi danzando sopra i templi in onore della Dea.

Cristiano Vignali

FONTI MODERNE 

 Lucio Trojano, “I Marsi”, a cura di Gianmaria Polidoro, Rocca San Giovanni, 2000.

 Ardath Lili Sekhet Babalon, “Simbolismi ed evoluzioni della Grande Dea”, su www.arcadia93.org.

“Il ritorno dei serpari” di A. Bazzoli, in “Medioevo”, n. 5/2010.

 Giacomo Devoto, “Gli antichi italici”, Firenze, 1951.

 Attilio Francesco Santellocco, “Marsi: storia e leggenda”, Luco dei Marsi, Touta Marsa, 2004.

  Giuseppe Grossi, La città di Angitia il Lucus Angitiae e le origini di Luco dei Marsi, Luco dei Marsi, G.A., 1981.