L’Italia centrale ai tempi del Neolitico sulle fonti scritte e archeologiche (I)

LA regioni augustee dell'Italia centrale: Regio VIII Aemilia (in alto, bordo rosa); Regio VII Etruria (bordo arancio); Regio VI Umbria et Ager Gallicus (bordo verde); Regio V Picenum (in basso, bordo rosa
Le regioni augustee dell’Italia centrale: Regio VIII Aemilia (lembo in alto, bordo rosa); Regio VII Etruria (a sinistra, bordo arancio); Regio VI Umbria et Ager Gallicus (al centro, bordo verde); Regio V Picenum (a destra, bordo rosa)

Con questo articolo inauguro per Voi lettori di Saturnia Tellus una piccola serie documentaria dedicata alla corografia dell’Italia centrale nei tempi più antichi che si possano ricordare tramite fonti scritte, fonti ovviamente corroborate da non esigue prove archeologiche.

Cos’è anzitutto la ‘’corografia’’?

Trattasi di un lemma di ovvia derivazione greca indicante la descrizione di un luogo: chora ‘’regione’’ e graphia ‘’tracciamento’’ (e per estensione ‘’descrizione’’). Esso è un lemma che ha un senso più particolaristico di ‘’geografia’’, ossia la ‘’descrizione della terra’’, stando a significare stricto sensu la descrizione di un luogo specifico e particolareggiato all’interno di un contesto territoriale molto più grande: come se, dirigendo le lenti di un microscopio su un tessuto o minerale a noi già noto, volessimo vedere ancora più a fondo una sua piccola frazione nella sua intrinseca natura (oggi si dice fare uno zoom).

La più antica natio di cui si possa fare oggetto di questo tema specifico sono proprio i Siculi, e le altre tribù proto-illiriche in generale, provenienti tutte, come già abbiamo visto negli articoli precedenti, dalla prospiciente costa balcanica, a partire da un contesto regionale che oggi comprende i territori dalla Slovenia all’Albania, dall’Epiro sino al Peloponneso. I primi a giungere furono dunque Siculi e Liburni nella remota era eneolitica, ossia nell’età in cui era in uso fabbricare oggetti in rame (le migliorie in campo tecnologico portarono poi alla ben nota età del Bronzo). Andiamo dunque a ritroso nel tempo fino alla seconda metà del IV millennio a.C. e ci fermiamo ad ammirare il paesaggio di quella remota era nel centro peninsulare, tra le attuali terre romagnole, marchigiane ed umbre. Ardito compito mio questa volta è la ricostruzione geopolitica dell’Italia di quel tempo, facendo prima un rilievo prettamente geografico, con il fine precipuo di riconoscere quello specifico contesto territoriale, corografico appunto, nell’odierno assetto geografico fisico e amministrativo, servendomi di una tecnica di sovrapposizione dei dati ambientali (fiumi, valli, montagne, denominazioni territoriali e loro etimologia) del vecchio sul nuovo e viceversa.

Inizio con il dato storico più recente per quanto riguarda la sua registrazione ma afferente al tempo più antico. Miei cari lettori, la Naturalis Historia di Caius Plinius Caecilius Secundus, meglio conosciuto ai nostri tempi come Plinio il Vecchio, ammiraglio e naturalista, grande erudito, vissuto nel I sec., di origini settentrionali (Como o Verona[1], Lombardia o Veneto) e tristemente morto durante l’eruzione del Vesuvio dell’anno 79 a Stabiae (oggi Castellammare di Stabia, Campania), mentre cercava di salvare alcune persone in fuga.

Picus viridis, ipostasi del Dio Marte nel rituale del Ver Sacrum, da cui traggono il nome gli oschi Piceni
Picus viridis, ipostasi del Dio Marte nel rituale del Ver Sacrum, da cui traggono il nome gli Oschi Piceni

Procediamo dunque con la lettura delle fonti. Nel libro III della Naturalis Historia (14, 112), si legge: Iungetur his sexta regio Umbriam complexa agrumque Gallicum citra Ariminum. Ab Ancona Gallica ora incipit Togatae Galliae cognomine. Siculi et Liburni plurima eius tractus tenuere, in primis Palmensem, Praetutianum Hadrianumque agrum. Umbri eos expulere, hos Etruria, hanc Galli. Umbrorum gens antiquissima Italiae existimatur, ut quos Ombrios a Graecis putent dictos, quod in inundatione terrarum imbribus superfuissent.  ‘’Si congiunge la Sesta Regione a queste [altre Regioni], che comprende l’Umbria e la terra dei Galli prima di Ariminum [odierna Rimini]. Da Ancona abitata dai Galli inizia la regione costiera denominata Togata Gallia [ossia le terre abitate dai Galli che indossano una loro tipica toga]. I Siculi e i Liburni possedevano molte parti di questo tratto, e principalmente i campi [le aree coltivabili denominate] Palmensis, Praetutianus e Hadrianus. Gli Umbri li espulsero [Siculi e Liburni], gli Etruschi espulsero gli Umbri, i Galli espulsero gli Etruschi. Si considera che gli Umbri siano una stirpe antichissima, e reputano che fossero dai Greci chiamati Ombri, perché essi sarebbero sopravvissuti all’inondazione delle terre portata dalle piogge’’.

Bene. Innanzitutto, qual’era questa ‘’Sesta Regione’’? Abbiamo a che fare con la suddivisione amministrativa di tutto il territorio italiano in 11 regioni inaugurata durante il principato di Ottaviano Augusto, precisamente nella prima decade del I sec., ab Alpibus ad Siculum fretum ‘’dalle Alpi allo Stretto di Messina’’ (sebbene Plinio nel suo testo procedesse nel modo inverso), e questa Regio VI, detta anche Umbria et Ager Gallicus ‘’Umbria e la terra dei Galli’’, comprendeva un variegato territorio che partiva da poco più a Sud dell’attuale Rimini, dove aveva fine la Regio VIII, precisamente dal corso fluviale di Crustumium fino a quello del fiume Aesis, quel tratto costiero percorribile tramite Via Flaminia e denominato Ager Gallicus, da dove poi aveva inizio la Regio V del Piceno (Marche), comprendente l’attuale territorio tra Ancona ed Adria[2]; e nell’entroterra si espandeva fino ad inglobare tutto il versante orientale dell’attuale Umbria, al di là dell’alto e medio corso del Tevere, che a sua volta la separava dalla Regio VII comprendente la restante parte dell’Umbria e gran parte dell’attuale Toscana[3]. Umbria era detta infatti perché territorio degli Umbri, antico popolo indoeuropeo di ceppo osco-umbro (dunque imparentati ai Sanniti, ai Sabini etc.), disceso da Nord, partendo da una sede ancestrale collocabile nella Germania meridionale ai tempi della Cultura di Remedello, e portatore della Cultura delle tombe a fossa, quando esso era ancora un tutt’uno con quei popoli che poi emersero come Sabini e Sanniti (da cui la denominazione etnolinguistica di gruppo osco-umbro).

arte picena, coperchio di recipiente bronzeo, rappresentante una danza rituale guerriera attorno ad un altare cilindrico sormontato da un ulteriore cippo dalla cui base fuoriescono quattro teste di lupo disposte assialmente, formanti una Crux Solaris (Museo Archeologico Nazionale delle Marche, Ancona)
Arte picena, coperchio di recipiente bronzeo, rappresentante una danza rituale guerriera attorno ad un altare cilindrico sormontato da un ulteriore cippo dalla cui base fuoriescono quattro teste di lupo disposte assialmente, formanti una Crux Solaris (Museo Archeologico Nazionale delle Marche, Ancona)

Lungo la costa adriatica attraversata dalla Via Flaminia, nel tratto compreso tra i due fiumi Crustumium ed Aesis (due idronimi presentanti radici semantiche di origine sicula ben evidenziate nei miei studi), a partire dall’attuale Romagna (a Sud di Rimini) fino al Piceno (a nord di Ancona), dunque per tutto il territorio marchigiano con al centro la bellissima Fano, vi era quell’area occupata dalla tribù celtica dei Senoni (proprio quelli che capitanati da Brenno entrarono nell’Urbe). Ed oltrepassando Ancona (centro fondato dai Siculi guidati da Filisto, noto storico e generale siracusano al servizio di Dionisio I, tiranno di Siracusa) fino all’attuale Abruzzo, si estendeva lungo la fascia costiera la Togata Gallia: proprio lì, Siculi e Liburni, due nationes dello stesso ceppo indoeuropeo e di provenienza balcanica, abitavano in tempi molto lontani quelle terre che ancora al tempo di Plinio erano note con le denominazioni: Palmensis, Praetutianus e Hadrianus (gli ultimi due coronimi, infatti, segnavano il confine tra la Regio V Picenum e la Regio IV Samnium, approssimativamente ciò che oggi può essere visto come il confine tra Marche ed Abruzzo); le quali dai Siculi passarono agli Umbri, da questi agli Etruschi e successivamente ai Galli, ovvero ai celti Senoni. Abbiamo così quattro arrivi di popoli differenti, provenienti da luoghi differenti ed in periodi preistorici e storici diversi. È possibile a questo punto formulare date e fare una ricognizione dei luoghi suddetti.

Qui è utile a Voi lettori poter fare anche un ripasso di quanto ho esposto nei miei precedenti articoli, così che diventi più agevole fare collegamenti d’ogni sorta. La Quinta Regione, che al tempo di Plinio era abitata dai Piceni, popolo sempre di ceppo osco discendente direttamente dai Sabini (ed ivi giunti a seguito del Ver Sacrum, inseguendo il picus, ossia il picchio verde consacrato al Dio Mamers, Marte in lingua osca, e da cui essi stessi ne hanno tratto il nome, Picentes)[4], fu invero la prima residenza dei Siculi sbarcati dai prospicienti Balcani assieme ai ‘’cugini’’ Liburni; da cui poi si espansero in primo momento verso Nord, fino al territorio di Cesena-Forlì, e verso l’interno prima in Umbria e poi in Toscana meridionale, giungendo successivamente nell’alto Lazio, ove rimasero fino al XV sec. a.C.

Come vedremo in seguito, nelle Marche, l’area di Recanati e del fiume Potenza presentano moltissime tracce di cultura sicula (villaggi e necropoli adiacenti, con le caratteristiche tombe a grotticella artificiale del tutto simili nella progettazione e nel rito funerario a quelle del Lazio[5], ma molto più antiche; fogge vascolari tipiche etc.) risalenti proprio alla prima fase d’insediamento nell’età del Rame, a partire dalla fine del IV millennio o prima metà del III millennio a.C.

Alessandro Daudeferd Bonfanti

Note

[1] Vi sono pareri discordi tra gli studiosi circa il luogo dove Plinio ebbe i natali. C’è chi sostiene fosse originario di Verona, e questo per due motivi: 1) su alcuni manoscritti è possibile leggere Plinius Veronensis; 2) nella Prefazione della Naturalis Historia il nostro cita il poeta Caius Valerius Catullus come suo ‘’conterraneo’’, ben sapendo noi che Catullo era originario proprio di Verona. E c’è chi pensa a Novocomum, l’odierna Como, almeno come solo luogo di nascita (non dove poi sarebbe cresciuto), basandosi sulla lettura delle Cronache di Eusebio di Cesarea, il quale dà al nostro l’epiteto di Novocomensis. Quest’ultimo fatto però ha comportato non pochi errori di valutazione, poiché non si comprende bene se Eusebio e gli altri a seguire avessero confuso il nostro Plinio con il giovane nipote, suo omonimo; e proprio ciò è da considerarsi all’origine delle iscrizioni presenti nella città di Como a lui dedicate, come quella posta sulla facciata della Cattedrale.   

[2] Ancona ed Adria furono fondazioni sicule, ma di epoca seriore, V-IV sec. a.C., sebbene gran parte di quel territorio noto come Regio V Picenum, nell’attuale regione delle Marche, fosse stato un insediamento siculo d’epoca preistorica (Eneolitico, IV-III millennio a.C.), come vedremo quando tratterò la parte dedicata all’Archeologia.

[3] Si tenga presente che Plinio procede nella sua esposizione geografica secondo il criterio in uso nell’amministrazione dei territori romana, dal basso peninsulare in direzione Nord, dunque ab Siculo freto ad Alpes. Ad esempio, la Regio IV, il Samnium, comprendeva i territori occupati dalle popolazioni osche dei Frentani, dei Peligni, dei Vestini, dei Marsi e dei Marrucini, tutti quei Sanniti che, a detta dello stesso Plinio, erano chiamati dai Greci ‘’Sabelli’’ o ‘’Sauniti’’ (aventi il significato di ‘’Devoti/Pii’’ e dunque per estensione ‘’Venerabili’’, essendo molto devoti agli Dei), ossia gran parte delle attuali Molise ed Abruzzo, fino al territorio di Rieti; la Regio III aveva per confine la polis magno-greca di Metaponto, nell’attuale Basilicata, comprendente dunque Calabria e Basilicata, terre abitate a quel tempo dai quei popoli oschi noti rispettivamente come Lucani e Bruzi (etnonimi significanti rispettivamente ‘’Seguaci del Lupo [del Ver Sacrum]’’ e ‘’Brutali’’; la Regio II comprendeva invece tutta l’attuale Puglia, fino alla penisola salentina, che a quel tempo era ‘’Calabria’’, coronimo presente anche nei prospicienti balcani (Calabrion/Galabrion) con una etimologia prettamente illirica ma ellenizzata, stante a significare ‘’Valle dei cervi’’.

[4] Sull’etnogenesi dei Piceni, leggiamo nel testo di Sesto Pompeo Festo, De verbo rum significatu, 235 L: Picena regio, in qua est Asculum, dicta, quod Sabini cum Ausculum proficiscerentur, in vexillo eorum picus consederat. ‘’La Regione Picena, nella quale si trova Ascoli, è così detta perché i Sabini si diressero verso Ascoli, sul loro vessillo si posò un picchio’’. Ed ancora Strabone, in Geografia, libro V, 4, 2: Ὤρμηνται δ’εκ τῇς Σαβίνης οί Πικεντίνοι, δρυοκουλάπτου τὴν ὀδὸν ηγησαμὲνου τοῖς ἀρχηγὲταις, ἁφ’οὗ και τοὔνομα πικον γαρ τὸν ὅρνιν τοῦτον ὀνομὰζουσι, και νομὶζουσιν Ἄρηως ἱερρόν. ‘’I Piceni giunsero dalla Sabina sotto la guida di un picchio [in Greco antico ‘’battiquercia’’] che indicò la strada ai capostipiti; e da ciò il [loro] nome, poiché essi chiamano pikos quest’uccello, ritenendolo sacro ad Ares’’.

[5] E simili anche a quelle della molto più successiva facies culturale siciliana di Pantalica I Nord dell’età del Bronzo finale, prima metà del XIII sec. a.C. Quello infatti fu il tempo della prima migrazione dei Siculi dalla penisola alla Sicilia.