L’Italia centrale ai tempi del Neolitico sulle fonti scritte e archeologiche (V)

L’Ager Hadrianus oggi. Tratto costiero presso il comune di Pineto, confinante con il territorio di Atri;
L’Ager Hadrianus oggi. Tratto costiero presso il comune di Pineto, confinante con il territorio di Atri

Dopo questa doverosa sosta, tanto impegnativa, sì, ma che ci ha fatto scoprire molte cose sul nostro più remoto passato attraverso le immagini impresse su una moneta, possiamo ripartire proprio dal luogo dove quel cane molosso era giunto stremato e si era acciambellato per riposarsi dopo tanto cammino, trovando finalmente lieto alloggio e soprattutto lauto ristoro sotto gli auspici e la protezione dei Sileni. Questo è infatti il significato sintagmatico (ossia letto nel suo accostamento dittico) che ci rivelano le due immagini del conio: e chi altri, se non quei Siculi al seguito del generale Filisto nella prima metà del IV sec. a.C. sarebbero ivi giunti, ad Hatria, risalendo la penisola dalla Sicilia lungo la costa adriatica fino alla ‘’avita’’ Patria di cui tanto avevano sentito parlare nel consesso degli anziani del pagus (o come dicevano loro, piakus), e stanchi della lunga marcia avrebbero ivi trovato riposo ed inaugurato la loro permanenza con cerimoniali e feste dove il vino sarebbe scorso a fiumi durante i banchetti? Le preghiere volte al Dio Hatranus furono tutte esaudite, e così seguendo il molosso, protettore del Santuario del Dio (Adraneion), una volta giunti a destinazione incolumi avrebbero celebrato l’evento ingraziandosi nuovamente il Dio e rinfrancando gli animi con tutta la letizia che i Sileni sanno concedere bonariamente nei simposi[1]. Come ben vedete, la scena evocata dalle due immagini monetali è tutta sicula e non osca, sebbene possa anche far immaginare ad una ‘’sorta’’ di rito augurale di migrazione da parte dei Siculi (ma non è così). A tal proposito riporto quanto Renato Del Ponte ha scritto qualche anno fa sul meraviglioso saggio Dei e miti italici riguardo al rito del Ver Sacrum[2]: ‘’… Le tradizioni connesse al Ver sacrum, che, abbiamo visto, rimandano alla più alta “preistoria politica d’Italia”, si ricongiungono tutte, infatti, alla figura di Marte, Dio della Guerra e in origine rappresentato semplicemente come un’Asta Militare, il Curix, e nel contempo Protettore (armato … ) delle pacifiche attività agricole e pastorali. Così, come Difensore Armato, il Dio Marte poteva essere invocato dai Guerrieri prima della Battaglia e dai Contadini prima della lustrazione dei campi, con offerta di frutta e sacrifici di messi, e fare da Patrono ai bellicosi Salii ed ai pacifici Fratres Arvali.
Il Preller è dell’avviso che il
Ver Sacrum appare «nei tempi più antichi tradizionalmente proprio solo nel Culto di Marte ( … ) che, accanto a Giove, era il vero Dio principale e capostipite della popolazione italica». Ora, se in seguito ad un Ver Sacrum il popolo originato dalla migrazione della Juventus porta nel proprio nome quello di uno degli animali sacri a Marte, come il Picchio, il Toro, il Lupo, oppure si dice che uno di loro era alla loro testa al momento dell’esodo, si può concludere senz’altro che le primavere sacre venivano dedicate a Marte: ed era proprio con il suo mese, Martius, che la primavera, rinnovellatrice della natura, e lo stesso Anno, avevano inizio a Roma e presso i più antichi popoli ariani dell’India’’.

Bene, ripartiamo.

Stanziamento dei vari popoli di stirpe osco-sabellica nella seconda metà del I millennio a.C.
Stanziamento dei vari popoli di stirpe osco-sabellica nella seconda metà del I millennio a.C.

Ora mio compito è quello di farvi riconoscere nelle vostre liete ed avventurose passeggiate domenicali tutti i luoghi descritti da Plinio nella sua preziosissima Naturalis Historia, scoprendole del pesante manto della loro antichità. Plinio dice (libro III, 11, 110): Quinta regio Piceni est, quondam uberrimae multitudinis. CCCLX Picentium[3] in fidem p. R. venere. orti sunt a Sabinis voto vere sacro. tenuere ab Aterno amne, ubi nunc ager Hadrianus et Hadria colonia a mari VI. flumen Vomanum, ager Praetutianus Palmensisque, item Castrum Novum, flumen Batinum, Truentum cum amne, quod solum Liburnorum in Italia relicum est, flumina Albula, Tessuinum, Helvinum, quo finitur Praetutiana regio et Picentium incipit. ‘’La Quinta Regione è quella dei Piceni, un tempo copiosamente popolata. 360.000 dei Piceni furono condotti all’obbedienza verso Roma. I Piceni discendono dai Sabini per via del rito del Ver Sacrum, e abitano un territorio che va dal fiume Aterno, dove ora vi è il campo Adriano e la colonia di Adria, distante dal mare 6 miglia[4]; lì scorre il fiume Vomano, e vi sono i campi Pretuziano e Palmense; poi Castro Nuovo, il fiume Batino, Truento con il vicino ed omonimo fiume, il solo luogo rimasto ai Liburni in Italia; poi i fiumi Albula, Tessuino, Elvino, proprio dove finisce il territorio pretuziano e comincia quello dei Piceni’’.

Riveliamo ora tutti questi luoghi.

veduta del paesaggio rurale di Atri con i noti ‘’Calanchi’’, ripidi declivi montuosi di affiorante marna calcarea piuttosto brulli, quasi privi di vegetazione. Nei dialetti di varie aree della Sicilia (ma questo niente ha a che vedere con lo stanziamento siculo nell’area peninsulare) è attestata la glossa calanca per ‘’scoscendimento, frana di rocce di un fianco montuoso, e/o terreno in forte pendio’’, da cui calancuni ‘’onde di fiume in piena’’, di cui alcuni studiosi suppongono un’origine ‘’mediterranea/pre-indoeuropea’’, della cui teoria già sapete cosa penso. La radice, kal-(a)-, presente pure nel Greco antico, indica ‘’tirare giù’’ e ‘’afferrare’’; ed in Norreno abbiamo anche la forma radicale germanica, hal-(d)- ‘’afferrare’’, da cui il verbo inglese (to) hold. Problema risolto. Visto, che anch’essa è schiettamente indoeuropea?
Veduta del paesaggio rurale di Atri con i noti ‘’Calanchi’’, ripidi declivi montuosi di affiorante marna calcarea piuttosto brulli, quasi privi di vegetazione. Nei dialetti di varie aree della Sicilia (ma questo niente ha a che vedere con lo stanziamento siculo nell’area peninsulare) è attestata la glossa calanca per ‘’scoscendimento, frana di rocce di un fianco montuoso, e/o terreno in forte pendio’’, da cui calancuni ‘’onde di fiume in piena’’, di cui alcuni studiosi suppongono un’origine ‘’mediterranea/pre-indoeuropea’’, della cui teoria già sapete cosa penso. La radice, kal-(a)-, presente pure nel Greco antico, indica ‘’tirare giù’’ e ‘’afferrare’’; ed in Norreno abbiamo anche la forma radicale germanica, hal-(d)- ‘’afferrare’’, da cui il verbo inglese (to) hold. Problema risolto. Visto, che anch’essa è schiettamente indoeuropea?

Atri, che ancora oggi è ubicata a pochi km. dalla costa adriatica (per un certo periodo, fino alla fine degli anni ’20 dello scorso secolo, i comuni confinanti di Pineto -dove vi è infatti l’antico porto di Atri- e Silvi Marina furono uniti ad Atri), oggi fa parte del territorio provinciale di Teramo, nel versante settentrionale della Regione Abruzzo. Piccolo comune, che non supera in abitanti la cifra di 10.500 (beati loro!!), si espande sui colli Muralto, Colle di Mezzo e Maralto, digradanti verso la costa (ben noti i Calanchi di Atri). I fiumi Vomanum e Matrinum, che delimitavano l’antica Hadria, sono i moderni Vomano e La Piomba. Il centro urbano di Matrinum, situato alla foce del fiume omonimo, ne era il porto principale, ossia il porto di Atri fino alla fine degli anni ’20, nell’attuale comune di Pineto. Non si dimentichi che Hadria ebbe una grande importanza strategica sin dal tempo della deduzione coloniale romana, divenendo il punto di congiunzione tra le vie Salaria e Valeria. Che ebbe il nome dagli Etruschi, così come alcuni studiosi hanno sostenuto, abbiam già visto quanto sia fallace tale congettura, ed il solo fatto che nell’Etruria padana vi fosse un’altra Atria (come ben vedete senza aspirazione iniziale), sta a significare che i Siculi invero si erano espansi molto più a Nord, fino alla pianura Padana, sino al delta del Po, fondando in loco altre Hatria (che poi una volta presa dagli Etruschi ne venne a subire il mutamento nella pronuncia –il cosiddetto calco fonetico-).

Di questa altra HatriaAtria, anch’essa ripresa successivamente dai Siculi durante la campagna espansionistica dionigiana, ossia l’attuale Adria della provincia di Rovigo, nel Veneto, ne parlerò a tempo debito. L’Ager Hadrianus, da dove tutta la storia dei Siculi ebbe inizio in Italia, a partire dal IV millennio a.C., comincia proprio dalla riva settentrionale del fiume Tordino, passando per il fiume Vomano e giungendo fino alla riva meridionale del fiume Saline; estendendosi verso l’interno, ad Ovest, fino alle pendici del Gran Sasso lungo gli Appennini. Il fiume Saline, in epoca storica, delimitava l’inizio del territorio dei Vestini, i ‘’Consacrati alla Dea Vesta’’, altro fiero popolo osco-sabellico. E sempre il fiume Saline era il confine meridionale della Regio V Picenum ai tempi del Princeps Augusto (il confine settentrionale era invece l’attuale fiume Esino, nell’attuale Regione Marche, idronimo dalla inequivocabile etimologia sicula –ne spiegherò il perché, sempre a tempo debito-)[5]. Ma ai tempi di Augusto e poi di Plinio, quindi dall’istituzione regionale nell’anno 7 (Era volgare) fino al 79 corrente secolo, dalla riva settentrionale del fiume Vomano (poco a Nord dunque di Atri) fino alla riva meridionale del fiume Tronto, vi erano stanziati gli osco-sabelli Pretuzi. Già proprio quelli da cui l’Ager Praetutianus prendeva nome (vedasi la nota 4). Pertanto, visto che Plinio si rifaceva a scritti molto antichi, specie di genere annalistico, quindi prettamente romano, per quanto riguardava soprattutto il territorio dell’Italia centrale, molto vicino a Roma ed alle faccende romane e molto distante invece sia politicamente sia culturalmente in modo diretto rispetto alla Magna Grecia e alla Sicilia, si può ben dedurre (non quindi solo immaginare) quanta forte e viva fosse illo tempore la materia storica, uno strumento molto importante del quotidiano vivere, una tra le scienze più usate e contemplate da ogni civis Romanus. Si sapeva tanto, tantissimo sulla preistoria di ogni luogo, tra cui quello di Hadria, se all’epoca dei fatti narrati non v’era più traccia di quanto descritto nei testi storici di cui Plinio ne è stato l’emerito erede, e che ancora grazie a lui noi ne possiamo trovar giovamento. Quanto Plinio racconta oggi è possibile accertarlo archeologicamente. Tutto quello che faccio oggi e che vi mostro, lo devo se non a questa venerabile figura di studioso, di grande ed insigne uomo romano, Plinio. Nel primo secolo dell’Era volgare non si sarebbe potuto dire in quel di Hadria ‘’ecco lì, ci sono i miei amici Siculi!!’’: c’erano invece solo memorie, memorie storiche, tutte evocate se non tramite racconti e/o letture di testi annalistici aventi valore sacro (la Storia era ‘’sacra’’, la memoria ‘’sacra’’, miei cari Lettori).

Denario (conio argenteo) di Corfinium, battuto nel 90 a.C., ad inizio della Guerra Sociale, con personificazione dell’Italia e la legenda Uíteliú ‘’Italia’’, in lingua osca, sul rovescio, e sul diritto guerriero doriforo con elmo a protome taurina, affiancato sul lato destro da un’altra protome taurina ed altra figura non distinguibile (forse elemento fitomorfo). Si noti bene quest’altro richiamo al mondo siculo: il doriforo (letteralmente ‘’portatore di lancia’’) porta un elmo che lo rende ‘’taurino’’, dunque vir ‘’forte’’, ‘’maschio’’. Io vi ho spiegato già l’etimologia del coronimo Italia, in onore ad Italo, il re siculo che evinse come primus sine paribus dalla confederazione enotria, e che la forma greca Italòs derivava direttamente da quella sicula, dunque proto-illirica, Uitalus ‘’Giovane toro’’. Vi ho già mostrato come gli Elimi, altra popolazione nata dal frazionamento della nazione enotria che giunse ad occupare il settore più occidentale della Sicilia (attuali province di Trapani e Palermo), avessero lasciato traccia di questo totemismo nell’arte decorativa vascolare: le ben note protomi taurine excise ed incise su varie forme potorie, in prevalenza anfore. Inoltre, che la Patria, quale Terra, luogo e/o delimitazione areale ove prosperasse una Natio (pool genetico) nella reiteratività delle sue funzioni essenziali, sacrali e del quotidian vivere, evocata ed invocata con solennità divinatoria, avesse rappresentazione muliebre è fatto tipicamente indoeuropeo: Tellus, dalla radice indoeuropea tel- ‘’collina/valle/rialzo’’ (in Norvegese abbiamo ancora dal ‘’valle/collina’’, in Inglese come forma toponomastica ancestrale dale ‘’valle/collina’’, in Turchia e Medio-oriente i vari tell- ‘’valli/colline/alture’’ lasciati in eredità dagli Ittiti, il teonimo celtico Tailtiu ‘’Dea della Terra’’), che emerge dalle acque (ossia dalla forma indistinta) per dar vita (forma distinta, compiuta) e rendere dunque possibile lo sviluppo della civiltà. La Dea Tellus protegge la sua Natio entro confini consacrati, la Natio deve esser pronta all’estremo sacrificio pur di proteggere il santuario della Dea Tellus; e da ciò ne deriva la prosperità e la longevità della Natio medesima: ecco il legame inscindibile tra Patria e Nazione.
Denario (conio argenteo) di Corfinium, battuto nel 90 a.C., ad inizio della Guerra Sociale, con personificazione dell’Italia e la legenda Uíteliú ‘’Italia’’, in lingua osca, sul rovescio, e sul diritto guerriero doriforo con elmo a protome taurina, affiancato sul lato destro da un’altra protome taurina ed altra figura non distinguibile (forse elemento fitomorfo). Si noti bene quest’altro richiamo al mondo siculo: il doriforo (letteralmente ‘’portatore di lancia’’) porta un elmo che lo rende ‘’taurino’’, dunque vir ‘’forte’’, ‘’maschio’’. Io vi ho spiegato già l’etimologia del coronimo Italia, in onore ad Italo, il re siculo che evinse come primus sine paribus dalla confederazione enotria, e che la forma greca Italòs derivava direttamente da quella sicula, dunque proto-illirica, Uitalus ‘’Giovane toro’’. Vi ho già mostrato come gli Elimi, altra popolazione nata dal frazionamento della nazione enotria che giunse ad occupare il settore più occidentale della Sicilia (attuali province di Trapani e Palermo), avessero lasciato traccia di questo totemismo nell’arte decorativa vascolare: le ben note protomi taurine excise ed incise su varie forme potorie, in prevalenza anfore. Inoltre, che la Patria, quale Terra, luogo e/o delimitazione areale ove prosperasse una Natio (pool genetico) nella reiteratività delle sue funzioni essenziali, sacrali e del quotidian vivere, evocata ed invocata con solennità divinatoria, avesse rappresentazione muliebre è fatto tipicamente indoeuropeo: Tellus, dalla radice indoeuropea tel- ‘’collina/valle/rialzo’’ (in Norvegese abbiamo ancora dal ‘’valle/collina’’, in Inglese come forma toponomastica ancestrale dale ‘’valle/collina’’, in Turchia e Medio-oriente i vari tell- ‘’valli/colline/alture’’ lasciati in eredità dagli Ittiti, il teonimo celtico Tailtiu ‘’Dea della Terra’’), che emerge dalle acque (ossia dalla forma indistinta) per dar vita (forma distinta, compiuta) e rendere dunque possibile lo sviluppo della civiltà. La Dea Tellus protegge la sua Natio entro confini consacrati, la Natio deve esser pronta all’estremo sacrificio pur di proteggere il santuario della Dea Tellus; e da ciò ne deriva la prosperità e la longevità della Natio medesima: ecco il legame inscindibile tra Patria e Nazione

Plinio ci fa sapere che, al di là delle consultazioni dei testi a carattere storico, proprio in quei luoghi e sin dal tempo dell’istituzione augustea c’erano popoli di ceppo osco-sabellico, che di certo avevano inglobato tutti gli elementi siculi del tempo precedente (IV sec. a.C.) e senza che ormai ne restasse traccia visibile (ma come si potrebbe supporre il contrario tra gruppi indoeuropei?): a Sud del Saline c’erano i Vestini, osco-sabelli; poi oltrepassando i fiumi Tordino, prima, La Piomba, subito dopo, e fino al Vomano, c’era la colonia romana di Hadria, da cui aveva origine la famiglia che diede a Roma il futuro Imperatore Adriano[6], sebbene si fosse trasferita in Spagna; e dove sicuramente convivevano questi ultimi discendenti dei Siculi (ivi giunti nel IV sec. a.C. dalla Sicilia durante la campagna di riconquista indetta da Dionisio siracusano) con tutti quegl’altri elementi etnici sempre osco-sabelli, di certo quei Pretuzi, che altro non sarebbero se un distaccamento di Sabini e Piceni (a sua volta generatisi da un altro distaccamento dei Sabini) fusi l’un nell’altro, e poi tutti quanti divenuti un tutt’uno (come evincesi dalla famosa moneta alla quale ho già dedicato molte righe); e dagli Atrianesi (divenuti un bel mix di Romani, Osco-sabelli e Siculi), sparsi per l’Ager Hadrianus (da Sud a Nord: fiumi Saline, Tordino, La Piomba e Vomano), si giunge all’Ager Praetutianus, dove i Pretuzi abitavano fino al fiume Tronto, da cui poi iniziava il territorio dei Piceni propriamente detti. E sempre riprendendo Plinio: … tenuere ab Aterno amne, ubi nunc ager Hadrianus et Hadria colonia a mari VI. flumen Vomanum, … ‘’… [i Piceni] abitano un territorio che va dal fiume Aterno, dove ora vi è il campo Adriano e la colonia di Adria, distante dal mare 6 miglia; lì scorre il fiume Vomano, …’’. Da ciò si comprende benissimo che i Pretuzi altro non erano se non un ulteriore frazionamento degli stessi Piceni, for’anche, come io soglio aggiungere, con qualche immissione sabina.

E poi, qual è oggi il flumen Aternum (o fluvius Aternus)[7], onde ancora al tempo di Plinio (ubi nunc) il Campo Adriano e la stessa Atri hanno ubicazione e dove aveva fine il territorio dei Piceni? Il suddetto fiume altro non è se non l’attuale Pescara, che dà il nome all’omonima città, quella che nel tempo antico era il Porto di Aterno, Ostia Aterni, traendo il nome sempre dall’omonimo fiume e dalla Valle, come se ne può dedurre con estrema facilità dalla somiglianza onomastica antica-recente. Questo fiume scorre in modo singolare, dapprima in ripida discesa verso Sud seguendo la progressiva conformazione appenninica, tra il Monte Fiscellus ad Est ed i Monti Ceraunii ad Ovest, lambendo l’antico centro di Amiternum, per poi curvare ad angolo di 90° verso la costa adriatica laddove sorgeva nella Valle Peligna Corfinium (attuale Corfinio, famosa capitale dei Peligni e poi dei popoli osco-sabellici stretti in lega contro Roma ai tempi della Guerra Sociale, 90-88 a.C., e per la moneta argentea pari in valore al denario romano e recante la legenda Uíteliú[8] ‘’Italia’’), separando così i Vestini dai Marrucini, affiancato per tutto il tratto dall’asse viario Claudia-Valeria. La Valle dell’Aterno, posta nella parte più interna, fa parte di una delle macro-aree (sub-regioni) che dividono la Regione Abruzzo in due parti tramite le catene montuose della Maiella, ovvero i Monti Ceraunii, e del Gran Sasso, ossia l’antico Monte Fiscellus, dove avevano termine ad Ovest tutti e tre gli Agri Siculi. Nell’area aquilana vi sono infatti le sub-regioni dell’Alto Sangro, della Marsica (i ben noti oschi Marsi), la Conca aquilana, la Conca peligna (dal nome dei Peligni, sempre oschi); poi la summenzionata Valle dell’Aterno e la Valle Roveto; mentre tutta la parte volta verso la costa, suddivisa tra le province di Teramo, Pescara e Chieti, è prevalentemente collinare, con la Val del Tordino, la Val Pescara, la Val di Sangro: già, il Tordino, il fiume da cui aveva inizio proprio l’Ager Hadrianus, come abbiamo visto. Ma i popoli sparsi per l’intera area sono davvero tanti: i Marsi, ‘’figli’’ del Dio Marte, perché al Dio consacrati sempre ex voto Vere Sacro, che avevano per capitale Marriuvium, erano stanziati ai bordi del lago Fucino (si ricordi anche Alba Fucens ed il santuario, il Lucus Angitiae, dedicato alla bionda Dea Angizia), nella regione Marsica, e che proprio da essi il luogo ebbe il nome, tra i Monti del Sirente-Velino; poi i Peligni della Conca peligna, che ebbero come capitale Sulmona (che dette i natali al grande Ovidio clarissimus poëta); poi ancora i Frentani della Val di Sangro, che ebbero come capitale Anxanum; poi i Pentri, presenti nei territori di Isernia, Boiano, Alfedena (Aufidena) e Castel di Sangro; i Marrucini, nella Valle del Foro e della Maiella, alle spalle di Teate [Marrucinorum], l’attuale Chieti, che dette i natali al cesariano ed illustrissimo Asinio Pollione, oratore e storico, amico del grande Virgilio[9]; poi ancora i Vestini, che erano divisi in due tronchi, separati com’erano dal Gran Sasso, ma dominanti dalla Conca aquilana fino ad Ostia Aterni, il porto presso il fiume Aternum, l’attuale Pescara, scalo marittimo-commerciale per Vestini, Marrucini e Peligni per Illyricum e Grecia, e terminale adriatico dell’asse viario Tiburtina-Valeria; ed infine (mi voglio fermare qui), i Pretuzi, con capitale Interamnia Praetutiorum, ossia l’attuale Teramo. Proprio dai Pretuzi, lo storico umanista Flavio Biondo[10] suppose l’origine del coronimo ‘’Abruzzo’’ da Aprutium, quale esito fono-sintattico della locuzione ad Praetutium ‘’verso la terra dei Pretuzi’’, teoria che io respingo in toto, avvalorando invece quella teoria che ne fa derivare il nome direttamente dall’aggettivo abruptus ‘’rozzo’’, ‘’brusco’’, ma anche ‘’ripido’’ e ‘’scosceso’’, che ben si adatta alla descrizione morfologica del luogo. L’etnonimo invece presenta tutti gli elementi per essere tradotto con la locuzione ‘’per il popolo’’, per il Toutos[11], il cui valore è di estrema e fondamentale importanza se si vuol dare gran Dignità alla propria vita, gran senso alla nostra esistenza, oggi come allora, per sempre. Il nostro viaggio continua e le sorprese pure.

Alessandro Daudeferd Bonfanti

Per chiunque di Voi, miei lettori cari, voglia approfondire questo genere di studi, può contattarmi direttamente al seguente indirizzo mail: daudeferd@email.it. Tenendo ben presente che sono sempre disponibili i miei saggi, acquistabili con estrema facilità online; il che sarebbe da parte Vostra (lo spero) un piccolo, ma allo stesso tempo grande, contributo nei miei confronti per poter permettermi di continuare a svolgere le mie ricerche e superare così, con questo modo tutto nostro, ‘’gentile’’ (nel senso vero della parola), e sempre ed ancora una volta grazie a tutti Voi, questi momenti davvero difficili voluti e perpetrati dalla pazzia dei ‘’poteri forti’’ della nostra acerrima antagonista, l’anti-Tradizione.

.NOTE

[1] Ricordo ancora l’assimilazione da parte dei Dori di Sicilia del culto del Dio Hatranus a quello di Zeus con l’epiclesi di Aitnaios ‘’Etneo’’; all’assimilazione da parte degli Ioni di Sicilia al culto di Efesto (dunque mirando sempre all’Etna); all’assimilazione da parte dei Mamertini a quello di Mamerte (il teonimo osco del Dio Marte, secondo la regola enoteistica tipicamente osca –non umbra, si badi bene-). Il tetradramma del IV sec. a.C. di Aitna-Inessa riporta sul diritto l’immagine di profilo del Sileno (in totale corrispondenza, non solo cronologica, con la litra di Hadria), immagine che esprime festa e ristoro a seguito di un cerimoniale dal carattere soterico, e sul rovescio l’immagine del Dio Zeus assiso nell’atto di scagliare una saetta affiancato dalle due ipostasi, l’abete (vegetale) e l’aquila (animale) posatasi in cima. L’iconografia senz’altro rimanda a quanto descritto nei Ṛg-Veda, dai quali si apprende che è proprio l’aquila a portare al biondo Dio Indra la mistica bevanda, il soma (grande descrizione ne dà a riguardo anche il Maestro Julius Evola in Rivolta contro il mondo moderno, Edizioni Mediterranee, Roma 1998). E non si dimentichi che l’aquila fu signum delle legioni romane e che sottoforma di aquila le anime dei Cesari una volta liberatesi dal corpo ascendevano all’immortalità solare. Ed ancora, si noti, sempre nella scena incisa sulla moneta etnea, anche lo scettro impugnato dal Dio Zeus assiso, il quale scettro letteralmente genera saette, direzionate dal Dio proprio innanzi (l’immagine è di profilo). Quanto si evince dall’incisione ricalca infatti la potenza del Vajra ‘’Fulmine’’, lo scettro del Dio Indra, così come, sempre in analogia indoeuropea, la potenza del Mjöllnir del Dio Thor: armi che generano fulmini. Del Vajra ne ha dato grande spiegazione l’illustre Pio Filippani-Ronconi in Miti e religioni dell’India (Newton & Compton ed., Roma 1992), testo che consiglio a tutti di leggere. Tra l’altro, quanto su descritto è possibile osservare anche nell’arte rupestre della Valcamonica, dove alcune rocce mostrano figurazioni incise associanti il Dio Taranis a Djeus Piter (forma teonimica proto-latina, da cui Juppiter > Giove), in un sincretismo celto-romano già ben noto. Tutto questo, e molto altro ancora, è stato esaurientemente spiegato ed illustrato in modo molto accurato dall’illustrissimo Professore Umberto Sansoni del Centro Studi della Valcamonica, il cui preziosissimo saggio è in corso di pubblicazione.

[2] Questo estratto è possibile leggerlo anche nell’articolo pubblicato sul sito di Cultura Tradizionale Centro Studi La Runa con il titolo Nel segno di Marte, a sua volta estrapolazione del saggio Dei e miti italici (ECGI Ed.) del Professore Renato Del Ponte, testo ricco e profondo con la bellissima copertina che ritrae un’immagine della Dea Diana dalla bionda chioma mentre tende l’arco. Ricordo che il Professore Del Ponte è fondatore e direttore (dal 1972) della rivista evoliana Arthos. Al Professore Del Ponte va tutta la mia stima ed ammirazione: un’inestinguibile fiamma arde dentro di noi, essa è la fiamma dell’Antica Tradizione, la nostra drittura morale, la nostra invincibile anima iperborea.

[3] ‘’ … Trecentosessantamila Piceni’’ e non ‘’… Trecentosessanta Piceni’’. Il numerale 360.000 dovrebbe presentare infatti la sopralineatura e non la sottolineatura, come invece io ho fatto nella trascrizione del testo pliniano. Ma ciò è dovuto al semplice fatto che non ho attualmente nel mio programma di videoscrittura la possibilità di eseguire la sopralineatura, per cui mi sono avvalso della sottolineatura allo scopo di una maggiore comprensione testuale e non perché si fa così. Pertanto mi scuso per l’inconveniente con i filologi ed i lettori che noteranno quanto descritto.

[4] Ecco cosa ci dice a tal proposito Paolo [figlio] di Warnefrit detto Diacono (Cividale del Friuli 720 circa-Montecassino 799) nella sua Historia Langobardorum (libro II, 19) molti secoli più tardi: Post Flamminiam duodecima Picenus occurrit, habens ab austro Appenninos montes, ex altera vero parte Adriaticum mare. Haec usque ad fluvium Piscariam pertendit. In qua sunt civitates Firmus, Asculus et Pinnis et iam vetustate consumpta Adria, quae Adriatico pelago nomen dedit. ‘’A dodici miglia [Sud] dalla Via Flaminia si giunge al Piceno, regione che ha ad Occidente gli Appennini, invece dall’altra parte il Mare Adriatico. Questa regione giunge fino al fiume Pescara. In questa regione vi sono le città di Fermo, Ascoli e Penne, e pure Atri, troppo logora per vecchiaia, la quale diede il nome al Mare Adriatico’’. Lo storico dei Longobardi traccia in epoca medioevale (seconda metà dell’VIII sec.) i confini della Regione Piceno: dodici miglia a Sud della Via Flaminia (asse viario che collegava Roma ad Ariminum nella Regio VIII Aemilia, odierna Rimini, passando per Fanum nella Regio VI Umbria et Ager Gallicus, odierna Fano, donde curvava a 90° in direzione Nord fino ad Ariminum, una tra le più importanti vie consolari della Roma antica repubblicana, cominciata nell’anno 220 a.C. dal Censore Caio Flaminio Nepote ed ultimata dopo un anno, nel 219 a.C., e che da Ariminum poi proseguiva fin su a Mediolanum, l’odierna Milano nella Regio XI Transpadana, la Medhelan fondata dai Celti Insubri della Cultura di Golasecca) cominciava la Regio VI Umbria et Ager Gallicus, che era delimitata da una parte dagli Appennini (versante occidentale), dall’altra aveva per confine naturale il Mare Adriatico (versante orientale), estendendosi fino al fiume Pescara, ossia l’antico Aterno (oggi in Abruzzo); nella Regione vi erano le città di Fermo (tutt’oggi nelle Marche), Ascoli (idem), Penne (oggi in Abruzzo, ma antica fondazione urbica dei Vestini), e la ‘’troppo vecchia e logora’’ Adria, ossia Atri, ‘’che al Mare Adriatico dette il nome’’. Così come vi ho sempre detto: i Siculi dettero il nome sia al luogo ove giunsero nel remoto IV millennio a.C. sia al mare prospiciente (essendo Hadriaticus un sostantivo di derivazione aggettivale). Ma attenzione, Lettori, è questa l’Hadria che dette il nome al mare, non l’Hadria veneta occupata dagli Etruschi (e rioccupata sempre dai Siculi, ivi giunti assieme a Filisto siracusano, ove stette in esilio e scrisse i Sikelikà).

[5] Ricordo anche un altro dettaglio non trascurabile, che la Regio V Picenum, prendente il nome dal popolo ivi stanziato, i Piceni appunto, comprese anche il territorio dei Pretuzi, da cui l’Ager Praetutianus, un’altra popolazione sempre di stirpe osco-sabellica, che nel corso della prima metà del I millennio a.C. e fino alla conquista romana nel III sec. a.C. si era insediata nel territorio tra i fiumi Tronto e Vomano, confinanti ad Ovest con i ‘’consanguinei’’ Sabini, ed a Sud con i Vestini, altro popolo osco-sabellico, così come i Piceni, con i quali invece confinavano a Nord. Tutti questi popoli avevano sancito tra essi alleanze di tipo politico e militare, a vanto della comune discendenza (legame etnico, spirituale e culturale).

[6] L’Imperatore Marco Ulpio Nerva Traiano, regnante dal 98 al 117 dell’Era volgare (successore dell’Imperatore Nerva), nacque nella provincia della Hispania Baetica, attuale Andalusia, in una colonia di Italici, denominata Italica, a 7 km. dall’attuale Siviglia, dove si era trasferita la sua famiglia appartenente alla gens Ulpia da Todi nell’Umbria (l’antica Tuder, in Umbro Tutere, nella Regio VI Umbria et Ager Gallicus, ora come allora dunque). Una sua zia di parte paterna, Ulpia Traina, sposò Publio Elio Adriano Marullino, dal quale ebbe il figlio Publio Elio Adriano Afro, il padre dell’Imperatore Adriano. Quando nell’anno 86 Publio Elio Adriano Afro morì, Traiano, assieme ad un cavaliere romano di origine sempre italica, Publio Acilio Attiano, fu tutore del nostro Adriano, successore di Traiano, che al tempo aveva 10 anni, così come della sorella Elia Domizia Paolina. Publio Elio Traiano Adriano, divenne così Imperatore alla morte del cugino Traiano, regnando fino alla sua morte avvenuta nel 138. Sul luogo di nascita non si è mai stati concordi: c’è chi come Elio Sparziano sosteneva Roma come luogo ove il nostro ebbe i natali; e c’è chi come Dione Cassio sosteneva la colonia Italica, nella Hispania Baetica, la stessa città che diede i natali a Traiano. La famiglia dell’Imperatore Adriano era però originaria di Hadria, dove si era stabilita sin dalla sua fondazione. All’Imperatore Adriano dobbiamo molte opere architettoniche: il noto Vallo di Adriano, la grande muraglia che divideva in due regioni la Gran Bretagna; la Mole Adriana dinnanzi al pons Aelius, poco distante dal Vaticano; la ricostruzione del Pantheon, distrutto da un incendio. Ad Atri è possibile far visita al busto bronzeo dedicato all’Imperatore Adriano, con iscrizione su due blocchi marmorei sovrapposti: Publio Aelio Hadriano [blocco superiore]; Imperatori Romano Hadriae Picenae Filio A.D. MMVII [blocco inferiore]. Proprio l’Imperatore Adriano riteneva Hadria la sua seconda Patria. Il suo stesso nome ne è prova.

[7] Si faccia attenzione alla possibilità di scrivere gli idronimi o come sostantivi neutri (-um) oppure come sostantivi maschili (-us), a seconda se susseguono al sostantivo neutro flumen (plur. flumina) oppure al sostantivo maschile fluvius (plur. fluvii), essendo essi sinonimi. Io, vista la mia proposizione dei suddetti idronimi negli articoli precedenti nella forma maschile singolare, tengo a precisare questa particolarità, onde non essere frainteso. Ci tengo per mera onestà intellettuale e professionale, sia nei confronti degli addetti ai lavori (Filologi, Linguisti etc.) sia per i non addetti (lettori più generici). Qui sono effettivamente molto ‘’democratico’’, per il resto metto in pratica i precetti del Might is right di Ragnar Readbeard, puro darwinismo sociale, testo del quale, tra l’altro, sono stato uno dei revisori editoriali della prima (in assoluto) edizione italiana (ed in lingua italiana) per la Polemos Edizioni. 

[8] Vedasi a riguardo: Wojtilak Ł., On the Etymology of the name of Italia, in Incontri Linguistici, n. 26, 2003; Mallory J.P. e Adams D.Q., Enciclopedia delle culture indoeuropee, Fitzory & Dearborn ed., Londra 1997; e sempre il grande Giacomo Devoto, Gli antichi italici, Vallecchi ed., Firenze 1931, pag. 116.

[9] Virgilio, clarissimus poëta, dedicò al nostro Caius Asinius Pollio le Egloge III, IV e VIII (raccolte nelle Bucoliche); e forse proprio ad Asinius Gallus, figlio del nostro, si pensa potrebbe essere dedicata l’immagine del Puer divino profetizzata nella Egloga IV.

[10] Flavio Biondo, storico e umanista, nacque a Forlì nel 1392, morì a Roma nel 1463, fu autore della Italia illustrata, una sorta di testo storico-geografico di tipo ‘’straboniano’’ e/o ‘’pausaniano’’, scritto tra il 1448 ed il 1458, edito nel 1474, assieme ad altri testi di carattere storico e linguistico, come Historiarum ab inclinatione Romanorum imperii decades, scritto tra il 1439 ed il 1453, edito nel 1483; Historiae, testo noto anche con il titolo di Decades, in 32 libri (sulla storia dell’Europa a partire dal 412 fino al 1442); e De verbis Romanae locutionis, trattato di linguistica latina. A Flavio Biondo si deve la coniazione del termine ‘’Medioevo’’, e fu uno tra i primi ‘’archeologi’’ nel vero senso della parola, il primo in Italia ad indagare ed analizzare i monumenti di Roma antica seguendo una prassi scientifica.

[11] La traduzione letterale dell’etnonimo degli osco-sabelli-piceni Praetutii è pertanto: prae ‘’innanzi’’ e Toutos ‘’popolo’’, dunque ‘’a favore del popolo’’, avendo la precisa significazione di ‘’maschi adulti associati in armi’’ (un Männerbund è l’esatto equivalente nella parte germanica), provenienti dai vari clan (gentes) formanti una tribus (che nel nome richiama subitaneamente la tipica tripartizione indoeuropea), dunque l’esatto equivalente di Tota a Roma e dunque di Toutus tra i Siculi (così come si evince dall’iscrizione sulla pietra urbica del Mendolito di Adrano, dove l’epigrafe riporta il suddetto lemma accanto a Uerega, ossia la Iuventus sicula, che in lingua osca era per l’appunto Uereia, e per gli Elleni corrispondeva al periodo della Efebia).