La magia del santuario di Ercole Quirino che sancisce l’unione tra Roma e Italici

La scalinata d'ingresso del santuario
La scalinata d’ingresso del santuario

Le religioni degli Italici, come pressoché tutte le altre religioni etniche, si basavano su quella che Nietzsche definiva la “fedeltà alla terra”: parafrasando, è la dedizione agli enti e alle forze ultraterrene di cui i fenomeni naturali sono la mera manifestazione fisica e sul cui sfondo si stagliano i racconti mitologici.

Questa interpretazione della “natura” è per gli Italici fondamento e origine stessa della vita, realtà viva e dinamica, con una sua anima, sacra e degna di rispetto assoluto. Se si ascoltano ed interpretano, i suoi segni parlano delle nostre realtà più profonde.

La natura è anche la memoria storica dell’uomo sui monti d’Abruzzo, culla delle civiltà italiche, e può essere raccontata tramite i boschi eterni dei suoi parchi e delle riserve naturali, tra le cui radure si possono ancora scorgere tracce della civiltà guerriera e agropastorale delle genti sabelliche che, unitesi sotto l’ombrello del diritto e delle istituzioni della Res Publica romana, contribuiranno a formare quell’impero a cui devono la civilizzazione tutte le nazioni europee.

Nella romanizzazione delle genti italiche un ruolo importante ebbe l’unione sincretica dei culti religiosi.

Ne è un esempio il culto di Ercole, molto sentito dagli Italici, a cui è stato dedicato un luogo di immensa suggestione e bellezza: il santuario/tempio in località Badia, alle pendici occidentali del monte Morrone (IV-III sec. a.e.c.).

Siamo a cinque chilometri da Sulmona, in provincia dell’Aquila, esattamente a metà strada tra il famoso eremo di s. Onofrio al Morrone, rifugio del papa “che fece per viltade il gran rifiuto” (Dante, LX canto dell’Inferno), Celestino V, e l’Abbazia di s. Spirito dei Celestini.

Al santuario/tempio fungono da quinta teatrale pareti montane rivestite da rigogliose foreste, un paradiso naturale incontaminato dell’Abruzzo dove Marte Silvano abbraccia Giove e Madre Tellus allorché s’ode lo scrosciare della pioggia battente fra la vegetazione impenetrabile, che non bagna chi cerca riparo tra gli alberi. Se vi concentrate e ascoltate, sentirete il dialogo divino nell’ululare del lupo, nel canto degli animali sacri come il picchio, il barbagianni, il gufo reale, nel volo dell’aquila, del falco, dei corvi e degli  avvoltoi che popolano questi luoghi incontaminati, memoria dell’identità delle popolazioni che li vivono.

Statua bronzea di Ercole barbuto rinvenuta nel santuario e custodita a Chieti
Statua bronzea di Ercole rinvenuta nel santuario e custodita a Chieti

Qui, gli scavi archeologici, iniziati nel 1957, hanno rinvenuto un santuario italico – romano su due livelli, molto simile a quelli di Ercole Vincitore di Tivoli e di Fortuna  Primigenia di Palestrina: il livello sito al piano superiore è antecedente alla fine della guerra sociale (89 a.e.c.) ed aveva un porticato colonnato; il secondo, realizzato in opus caementicium, è successivo e presenta un ampio podio ospitante ben quattordici ambienti che erano coperti da volte a botte (di 71 metri di lunghezza) ed è dedicato ad Ercole con l’epiteto Curinus o Qurinus (Romolo divinizzato). L’epiteto di Quirino o Curino conferito ad Ercole e l’ampliamento del santuario dopo la fine della guerra sociale tra Romani e Italici – guerra che portò alla concessione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti della penisola sino al Po – viene così a celebrare e suggellare religiosamente l’unione e completa integrazione nella Res Publica e nelle sue articolazione in curie (ecco perché Curinus) dei Peligni, la popolazione di origine sabellica che abitava queste valli fra la Maiella e il Sirente.

Nel santuario di Ercole c’era anche, probabilmente, un’area per le assemblee pubbliche a cui si accedeva dall’ampia scalinata monumentale di cui restano alcune parti. Al centro della zona alta v’era l’altare della divinità ricoperto da lastre di bronzo e delimitato da un recinto (sacro) dove sono stati ritrovati i reperti più importanti: due statue di Ercole (una in bronzo, ora custodita a Chieti e una in marmo) e una colonna con dodici versi incisi con graffiti su pietra, attribuiti ad Ovidio.

Nell’area centrale è presente anche un mosaico in stile ellenistico che ritrae delfini che nuotano, circostanza questa che potrebbe sincreticamente collegare Ercole alla divinità italica dei pastori e delle greggi, secondo un mito  riferito da Nonno di Panopoli (poeta greco della prima metà del V secolo e.c.) nelle “Dionisiache” che qualificava Fauno come figlio di Poseydon (Nettuno) e di Kirke (Circe), la quale aveva insegnato al figlio le sue arti e profuso l’amore per gli alti monti rocciosi e boscosi.

La parte più alta del santuario romano – italico venne travolta da una frana nel II dell’era comune, ma l’area sacra continuò ad essere frequentata fino al Medioevo, tanto che venne costruita in loco una chiesetta.

Il culto di Ercole era così diffuso fra le genti italiche tanto da essere considerato una sorta di “eroe nazionale”. L’entrata di Ercole nel pantheon italico deriva innanzitutto dall’Herakles greco, giunto ai popoli sabelli attraverso il fenomeno socio – economico del “mercenariato italico” (presente già nel corso del  VI secolo a.e.c.), cioè di  militari italici al servizio delle città della Magna Grecia nell’Italia Meridionale, e tramite gli Etruschi  che lo veneravano col nome di Hercle, rappresentato a fianco di divinità femminili come Turan, Menrva e Uni (Venere, Minerva e Giunone), di cui può diventare amante o marito come ci mostrano le incisioni su specchi a noi pervenuteci. Con Uni può combattere, apparire unito a lei, succhiare il latte dal suo petto. Se dunque tra i Sabini e i Latini venne riconosciuto ad Ercole il ruolo di protettore dei commerci grazie a storie, miti e leggende che si raccontavano sul suo avventuroso passaggio lungo la penisola italiana, fra le popolazioni osco – sabelliche, la figura divina di Ercole assunse caratteristiche nel tempo sempre più  differenti, tramite l’assimilazione sincretica a culti di divinità locali.

In alcuni casi il culto italico di Ercole ebbe caratteristiche spiccatamente militari, incarnando il valore e la forza fisica, ruolo che veste per tutta l’età romana fino all’assimilazione cristiana con l’arcangelo Michele.

Mosaico del sacello di Ercole Curino
Mosaico del sacello di Ercole Quirino

In altre circostanze fu associato ad ancestrali divinità italiche – romane legate alla terra come Silvano (come si evince dal bronzetto raffigurante Ercole con clava e leonté che regge con la mano sinistra un ramo biforcuto piantato a terra come una lancia, ritrovato nel beneventano a Castelpagano, custodito attualmente nel Museo di Benevento)  oppure Padre Libero (Bacco/Dioniso) o a Fauno, venerato,  sia come protettore di raccolti e armenti (innuus), sia per le sue facoltà oracolari (Fatuus), come nel tempio rotondo eretto sull’isola Tiberina  nel 194 a.e.c., dove Fauno era rappresentato col corno per bere, la pelle di pantera di Liber Pater, la clava di Ercole e con la corona da re, in quanto nipote di Saturno, sovrano del Lazio e, secondo l’Eneide, padre di Latino, la cui figlia, la principessa Lavinia sposò  Enea e dalla cui progenie deriverebbero Romolo e Remo.

Ercole dunque venerato in grandi santuari come quello di Sulmona o lungo i tratturi in sacri luoghi di sosta con depositi votivi, frequentati da mercanti e  pastori transumanti, assume in età imperiale, fra le genti italiche di stirpe osco – sabellica che abitavano le valli appenniniche abruzzesi, la fisionomia di un  dio delle sorgenti e delle acque salutari, delle greggi e dei pastori, con la funzione di colui che allontana i mali, con forte valenza “profilattica” e “apotropaica”.

Nei bronzi votivi e artistici rinvenuti fra i siti archeologici delle popolazioni osco – sabelle precedenti il primo secolo ante era comune Ercole ricorre solitamente con aspetto giovanile e imberbe, con tratti del viso raffinati, con gli attributi caratteristici della clava e della pelle del leone, con la protome calzata sulla testa come un elmo o un cappuccio e/o con la corazza a tre dischi, che gli conferisce un aspetto di soldatesco vigore virile, tipica dei guerrieri italici.

Diversamente, la tipologia dell’Ercole barbato in riposo – il bronzo rinvenuto nel santuario, in stile greco – sembra si sia affermato nella società sabellica solo in età pienamente romana.

Molto probabilmente l’aspetto giovanile del dio rivestiva un significato rilevante nella concezione guerriera degli Osco – Sabelli, i quali rappresentavano con analoghi attributi anche Giove, come testimonia il magnifico esemplare di Atessa.

Cristiano Vignali

 

Fonti

  • sul santuario vedesi: archeoabruzzo.beniculturali.it e “Santuario di Ercole Curino” su CulturaItalia, Istituto Centrale per il Catalogo Unico. 
  • sui manufatti bronzei erculei ritrovati in Abruzzo, nella valle del Sagittario e nella conca Peligna vedesi: Angelo Caranfa, “Scoperte Archeologiche a Villalago segnalate da Antonio De Nino”, in Rivista Abruzzese, LXII (2009), n° 4, ottobre – dicembre, pagg. 351 – 357.
  • sull’Ercole Italico vedesi: Raffaela Papi, “I Luoghi degli Dei – Sacro e natura nell’Abruzzo italico” A cura della Soprintendenza archeologica dell’Abruzzo – Provincia di Chieti, 1997.  
  • su Fauno vedesi: Massimo Izzi, “Faunus/fauni”, in Dizionario dei mostri, Roma, L’Airone, 1997, pag. 48.