Onore, orgoglio, disciplina e flessibilità: le colonne delle legioni di Roma

Lo49586323_2210099119263698_6001370069131145682_n spirito di adattamento 

Una delle caratteristiche specifiche dell’organizzazione militare romana ed una delle ragioni che hanno consentito a Roma la conquista di tanti e tanto grandi territori estremamente diversi fra loro anche nell’ambito dell’arte militare, è la grande capacità che Roma ha avuto non solo nell’organizzazione, ma anche nella flessibilità e nella capacità di adattamento nelle più diverse situazioni e nel confronto con altri popoli. Questa elasticità ha consentito a Roma finanche di adottare armi e tecniche militari tipiche di altri contesti etnici, giungendo a mutare significativamente lo schieramento delle truppe sul campo di battaglia contrapponendosi adeguatamente a sistemi bellici sconosciuti in ambito laziale. Tutto ciò ha fatto dell’esercito romano, già in tempi regi, quella “macchina da guerra” che, pur avendo subito alcune sconfitte, anche dure, ha mantenuto per lungo tempo una superiorità innegabile nei confronti delle popolazioni, anche civili e progredite, con cui è scesa sul campo.

 

La disciplina con mano ferma

Parte integrante di questa organizzazione è costituita dalla rigida disciplina alla quale dovevano attenersi tutti gli arruolati sia ufficiali che semplici legionari. Le punizioni, inflitte per le medesime ragioni per cui continuano ad essere comminate anche nei tempi moderni, quali la disobbedienza, l’insubordinazione, l’abbandono del posto di guardia, la trascuratezza nell’esecuzione degli incarichi, la diserzione ed il tradimento, le più gravi. Gli autori antichi e molte testimonianze archeologiche, quali epigrafi e parti di documentazione amministrativa rinvenuta in forti, testimoniano la gradualità delle punizioni, che andavano dalla trattenuta sul soldo, quindi sanzione pecuniaria, alla degradazione, alla condanna ad espletare funzioni e compiti pertinenti a gradi inferiori, fino alla pulizia delle latrine, al distaccamento in guarnigioni di stanza in luoghi militarmente caldi, o al pernottamento fuori del castrum, con tutti i pericoli e i disagi a questo conseguenti. Le condanne più gravi erano naturalmente comminate per le colpe più gravi e comportanti pericoli per tutta la compagnia e prevedevano la fustigazione che poteva essere prevista fino alla morte, applicata al singolo legionario colpevole o, nel caso di colpa di un intero corpo, applicata con il sistema della decimazione, ovvero l’esecuzione capitale di un soldato ogni dieci. Ma quasi certamente la molla determinante che spingeva i legionari al rispetto delle regole era lo spirito di amor patrio e l’orgoglio della romanità.

I premi, sempre solenni

Ma le premiazioni! Solenni e conferite al cospetto di tutta la parte dell’esercito presente sul posto erano un onore al merito del singolo soldato o di tutto un corpo, manipolo, coorte o legione, che avesse compiuto un atto eroico. Tali riconoscimenti si dividevano in corone, decorazioni personali, oggetti simbolici. La più importante e ambita fra le corone era la corona graminea fatta con l’erba presa sul posto in cui era stato compiuto l’atto eroico. Veniva conferita a chi avesse salvato un intero esercito da gravissimo pericolo o avesse salvato un’intera città assediata, in tal caso detta corona obsidionalis. Naturalmente era il riconoscimento più difficilmente conquistabile e la scarsità del valore materiale era direttamente proporzionale al valore simbolico ricoperto, come viene detto da Plinio nella sua Naturalis Historia, XXII, 4, dove ci informa che mentre le altre corone erano conferite al meritevole dal comandante, questa era data dai soldati al comandante. La storia ci fa conoscere molti consoli onorati in tal modo, quali Siccio Dentato, Decio Mure, Fabio Massimo, Silla dopo la battaglia di Nola, Augusto ed altri.

Subito seguiva per importanza la corona civica, attribuita a chi avesse strappato al nemico un cittadino romano, ma con qualche limitazione: il salvatore doveva essere cittadino romano e aver compiuto l’azione davanti al comandante in un territorio appartenente o suddito di Roma. In origine era fatta con un intreccio di foglie di quercia verdi, poi formata da un unico rametto di quercia sacra a Giove. Chi ne era insignito aveva il diritto di portarla per tutta la vita ed essendo un onore che si riverberava su tutta la famiglia comportava l’esenzione da ogni gravame fiscale non solo per il decorato, ma anche per il padre ed il nonno. Nel circo ed a teatro tutti dovevano alzarsi al suo ingresso, anche i senatori, che dovevano accoglierlo nei posti loro riservati. La tradizione storica riporta che Coriolano fu il primo a ricevere tale premio, Siccio Dentato la ottenne per ben quattordici volte, Manlio Capitolino sei volte.

Poi veniva l’aurea corona muralis, che nella forma ripeteva la struttura di un muro merlato poggiante su un basamento a toro, spettante al primo militare che avesse dato l’assalto al muro di una città assediata. Per la prima volta fu attribuita da Romolo ad O. Ostilio nell’assedio di Fidene, risalendo così già all’originaria organizzazione militare.

La corona vallaris era conferita a chi fosse entrato per primo nell’accampamento nemico. Simile alla precedente, ne differiva per il materiale che non era oro e per la forma del muro che in questa era rappresentato da un tratto lineare di trincea. Fra i premiati con tale riconoscimento è citato Manlio Capitolino.

La forma della corona aurea ci viene trasmessa da un cippo di Amastris e sembra formata da foglie di alloro con un nastro posteriore. Non si sa con precisione per quale atto di coraggio fosse conferita.

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Le hastae purae, secondo Polibio, VI, 39, costituivano la più antica e per lungo tempo unica forma di premiazione, evidentemente ancora precedente alla corona muralis concessa da Romolo a O. Ostilio, cosa che farebbe pensare ad una origine sabina dell’onorificenza, venivano attribuite a chi avesse ucciso un nemico in una manifestazione di coraggio compiuta al di fuori del combattimento, modalità che sembra risalire a schemi di comportamento arcaici, certamente non più contemplati nella tattica di periodo regio e repubblicano, ma di cui si potrebbe rintracciare una derivazione nel duello fra Orazi e Curiazi, mentre Omero nell’Iliade offre molteplici esempi di tale sfoggio di coraggio. Si trattava di lance quasi certamente mai usate, come suggerisce P. Steiner, Dona militaria, 114-115, e per questo definite purae. Aureliano ne ricevette dieci in contemporanea dall’imperatore Valeriano.

I vexilla erano stendardi simili ai vessilli dei manipoli, di forma quadrangolare erano appesi ad un’asta orizzontale sospesa alla punta di una lancia. Dalle raffigurazioni sembrano avere sul bordo inferiore una frangia dorata e presentano usualmente il colore rosso, ma sono testimoniati in iscrizioni anche vexilla caerulea, argentea, pura, cosa che farebbe pensare all’uso anche di questi colori, che dovevano contraddistinguere anche i vari manipoli. Pare che Mario sia stato il primo a ricevere questo premio, che è ricordato come uno dei più antichi.

Fra le premiazioni vanno annoverate anche le armillae, bracciali di bronzo conferiti dal II sec. a.C. ai soldati semplici e ai graduati.

I torques, collane aperte sul davanti e terminanti alle due estremità con teste di animali, sembrerebbero mutuate dalle popolazioni galliche, presso le quali erano portate dai capi.

Le phalerae erano medaglioni usualmente in argento, a volte arricchiti da rilievi o cesellature, solitamente di forma rotonda, ma anche rettangolari o a falce di luna.

Queste ultime tre categorie di premiazioni venivano indossate o applicate alla corazza per mezzo di una rete di cuoio, come è esemplificato da un frammento di stele conservata al Museo di Spalato.

Quanto detto non deve dare del soldato romano l’impressione di un essere incosciente; nelle fonti sono riportati molti casi in cui i legionari hanno temuto per la loro stessa vita ed hanno tentato la fuga, oppure sono stati spaventati dalla fama di estrema bellicosità, forza e coraggio di guerrieri di altri popoli, valga come esempio per tutti gli altri il timore che corse per il campo di G. Cesare in Gallia mentre stava per scontrarsi con una tribù germanica.

I reclutamenti e la natura del servizio che mutano nel tempo

Fino a Mario, nel 107 a.C., i cittadini romani venivano arruolati solo per il periodo in cui si svolgevano le campagne militari, da Aprile a Ottobre. Con la brutta stagione l’esercito era congedato, mentre fra le innovazioni introdotte da Mario è riportata la permanenza dei militari sotto le armi, anche se nel periodo invernale questi tornavano alle loro case, ma questo in fondo è stata una innovazione strettamente connessa e consequenziale con lo status di militare di professione con relativo soldo. Per quanto riguarda la durata del tempo in cui il cittadino doveva fornire il suo braccio allo Stato prevedeva la possibilità di essere chiamati alle armi dai 17 anni di età fino ai cinquanta, termine che rimarrà valido in tutte le epoche, tranne casi eccezionali di pericolo gravissimo, quando le fonti riferiscono di arruolamento anche di ragazzi inferiori ai 17 anni e perfino di liberti.

Con Caio Mario il reclutamento era fatto in base al censo e non prevedeva il pagamento del soldo, ma solo l’acquisizione della parte di bottino spettante; ora Mario introduce il reclutamento su base volontaria e con il pagamento del soldo, determinando in tal modo la creazione della figura del soldato di professione, con la conseguente distinzione fra civili e militari, immettendo nella società romana elementi assolutamente nuovi che incideranno notevolmente nel tessuto sociale, nella mentalità, nel rapporto fra queste due categorie di cittadini, determinando anche forti cambiamenti nel tessuto economico e nelle varie attività industriali e artigianali derivanti dal fatto che, mentre fino a Mario l’armatura era a carico del soldato, ora è fornita dallo Stato, con conseguente omogenizzazione  dei vari componenti dell’armamento e lo sviluppo nella produzione industriale di armi fatta da aziende private operanti per l’esercito e dirette da un ufficiale.

Altro elemento che ha consentito ai Romani di mantenere un esercito numericamente in grado di confrontarsi con schieramenti sempre più numerosi, come quelli messi in campo dall’impero persiano, è stata l’adozione nelle file romane degli ausiliari, pratica assolutamente nuova nella cultura militare italica, che conosceva solo la rete di alleanze. Da dove Roma abbia tratto questo sistema non si sa, la tradizione attribuisce a Furio Camillo l’introduzione degli ausiliari nello schieramento, quindi nel corso della prima metà del sec. IV a.C., quando ancora non c’è stato lo scontro con Cartagine e con l’impero persiano, entrambi contesti in cui tale sistema era usato. Gli ausiliari erano truppe fornite da popolazioni sottomesse a Roma non detentrici della cittadinanza romana. Al termine del servizio militare l’ausiliario riceveva la cittadinanza romana, status ambito che comportava notevoli vantaggi e privilegi.

Sandra Mazza