1° marzo, l’inizio dell’anno sacro. Danza dei Salii, Fuoco di Vesta, Matronalia

Le Calende di Marzo sono il primo giorno dell’anno romano. Anche dopo che la prassi civile spostò l’inizio dell’anno al 1° gennaio (con la riforma consolare del 153 a.C.), le Calende di Marzo mantennero una straordinaria densità rituale, conservando memoria del loro ruolo originario.
Fonte: Ovidio, Fasti, III, 1–166; Macrobio, Saturnalia, I, 12–13; Varrone, De Lingua Latina, VI, 14.

Il mese prende il nome da Marte (Martius), dio della guerra e padre di Romolo: la scelta di aprire l’anno con il mese del dio fondatore non era casuale, ma rifletteva la centralità della funzione militare nell’identità romana arcaica.

LE DANZE DEI SALII

La ricorrenza più importante e spettacolare delle Calende di Marzo era l’apertura del periodo dei Salii (Salii Palatini). I Salii (“i saltatori”, da salire, saltare) erano un collegio sacerdotale di dodici membri, scelti tra i patrizi, dedicati al culto di Marte.

Esistevano due collegi:

I Salii Palatini, dedicati a Marte, che iniziavano il 1° marzo

I Salii Agonales (o Collini), dedicati a Quirino, attivi anch’essi in marzo

Il Rituale

Il rito dei Salii era uno dei più antichi e visivamente imponenti di Roma:

I dodici sacerdoti indossavano un costume arcaico di foggia militare: tunica picta (ricamata), trabea (toga a strisce rosse), cinturone di bronzo, elmo di bronzo con cimiero (apex).

Ciascuno portava uno degli ancilia – i dodici scudi sacri di bronzo a forma di otto, custodia del destino di Roma. La tradizione narrava che uno di essi fosse caduto dal cielo durante il regno di Numa, inviato da Marte come pegno della potenza romana; gli altri undici erano stati forgiati identici dall’artigiano Mamurio Veturio per confondere eventuali ladri.

I Salii percorrevano Roma in processione solenne, fermandosi nei luoghi sacri della città (il Comizio, il Foro, il Campidoglio e altri), dove eseguivano la loro caratteristica danza in armi (tripudium): una danza a tre tempi, con salti ritmici, battendo le lance sugli scudi con grande fragore.
Durante la danza intonavano il Carmen Saliare, uno dei testi più antichi della lingua latina, già oscuro e incomprensibile agli stessi romani dell’epoca classica. Ci sono pervenuti solo frammenti.
La processione si concludeva ogni sera con un banchetto (epulum Saliare), celebre nell’antichità per la sua abbondanza e raffinatezza, divenuto proverbiale: epulis Saliaribus era sinonimo di lusso gastronomico.
Il periodo dei Salii durava per tutto il mese di marzo, con processioni in giorni specifici, e si concludeva il 24 marzo (Q.R.C.F. — Quando Rex Comitiavit Fas).

Il significato degli Ancilia

Gli scudi sacri erano custoditi nella Regia durante tutto l’anno. Per tutta la durata delle processioni dei Salii – e in generale per tutto marzo – era vietato compiere matrimoni, partire per campagne militari o intraprendere affari importanti: il mese era consacrato ai riti di preparazione bellica, non all’azione.

FUOCO SACRO

Il 1° marzo era il giorno in cui il fuoco sacro di Vesta veniva ritualmente rinnovato nel tempio di Vesta nel Foro Romano.

Fonte: Macrobio, Saturnalia, I, 12, 6; Ovidio, Fasti, III, 143–144.

Il fuoco di Vesta era il fuoco eterno di Roma, simbolo della continuità e della vita della città. Il suo spegnersi era considerato un presagio catastrofico. Il rinnovo annuale al Capodanno arcaico era un atto di rigenerazione cosmica: la città ripartiva con un fuoco nuovo, come rinata.
Le Vestali – le sei sacerdotesse che custodivano il fuoco con l’obbligo di castità sotto pena di morte – officiavano questo rinnovo con riti di cui purtroppo non ci è pervenuta una descrizione dettagliata, ma la cui solennità è attestata da più fonti.

MATRONALIA

E per finire questo giorno ricco di significati: le Matronalia. Erano la grande festa delle donne romane libere e maritate (matronae), celebrata ogni anno sempre il 1° marzo.

Fonte: Ovidio, Fasti, III, 167–258; Varrone, De Lingua Latina, VI, 14; Macrobio, Saturnalia, I, 12, 7.
Origine mitica

La festa commemorava la pace tra Romani e Sabini ottenuta grazie all’intervento delle donne sabine rapite (ratto delle Sabine): le donne si erano interposte tra i due eserciti, impedendo la battaglia, e avevano così salvato entrambi i popoli. In riconoscimento di questo ruolo, Romolo istituì le Matronalia in loro onore.

Una seconda tradizione collegava la festa alla nascita di Marte dalla dea Giunone – e dunque alla fondazione stessa della linea divina che portava a Romolo.

Il Rituale.

Le matrone si recavano al tempio di Giunone Lucina sul Colle Esquilino, il santuario dedicato all’aspetto di Giunone protettrice del parto e della luce della nascita (lux, luce). Portavano offerte di fiori, in particolare i fiori primaverili che iniziavano a sbocciare in questo periodo.

A casa, i mariti offrivano doni alle mogli (munera) – una delle poche occasioni in cui il rapporto sociale si invertiva simbolicamente in favore delle donne.

Le matrone, a loro volta, preparavano e servivano il pasto agli schiavi domestici – in un rovesciamento rituale dell’ordine sociale analogo a quanto avveniva durante i Saturnalia di dicembre per gli uomini.

Le donne pregavano Giunone Lucina per la fertilità, la salute nel parto e la prosperità della famiglia.
Le Matronalia erano per le donne romane ciò che i Saturnali erano per gli uomini: il loro momento di riconoscimento sociale e di inversione rituale dell’ordine quotidiano.

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