Il Rito privato romano

INTRODUZIONE

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Fondamentale nella Religione romana è la distinzione tra Culto privato e Culto pubblico. Il primo ha dato origine al secondo che, a sua volta, attraverso le sue Magistrature, si è eretto a tutore del primo essendo indissolubilmente legato alla salute e alla sopravvivenza dello Stato romano, la Res Publica.

Oggi lo Stato romano, la Res Publica, non esiste più. Pertanto il Culto/Rito privato è l’unico praticabile della Religione romana. Forme di Culto/Rito pubblico agli Dèi oggi non sono accettabili, se non ponendosi fuori dall’ortodossia e dal buon senso (confinandosi cioè nel folclore).

Procederemo pertanto a svolgere una sommaria descrizione del Rito privato-domestico nei suoi attuali capisaldi, evidenziando una ristretta selezione delle fonti e delle testimonianze, sia archeologiche sia storico-letterarie. Non possiamo poi non sottolinare che il Rito privato-domestico che attualmente celebriamo è oggi anche Rito comunitario-gentilizio (le cui fonti sono molto esigue, vedi A. De Marchi, “Il culto privato di Roma antica”, vol. II, Forlì, 2004, pp. 48-52)

Le citazioni delle fonti saranno necessariamente limitate. La nostra selezione mette in evidenza le più importanti, considerando che gli autori antichi citati e le loro opere sono ampiamente conosciuti.

Seguiremo così il nostro Culto nei suoi momenti salienti, pregnanti di forza perfezionante, espressione della religiosità (Pietas) romana che esige rispetto assoluto del Rito, esatta recitazione della Preghiera, esecuzione impeccabile dei Gesti (J. Champeaux, “La religione dei romani”, Bologna, 2002, pp. 11-16).

I Romani, nelle stretta osservanza delle “Religiones”, cioè degli atti e parole cultuali, sono, come dice Gellio (“Notti Attiche”, II, 28, 2), “rigorosissimi” e “prudentissimi”. Ecco perché nella nostra esposizione ci atterremo fedelmente alla struttura del nostro Rito.

SACERDOTE

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Nel Culto Domestico Romano il sacerdote è il Pater Familias (Tibullo, “Elegie”, I, X, 15-28), anche se scapolo. Non sono previsti riti o cerimonie di consacrazione o iniziazione del sacerdote Pater Familias.

Al limitare della casa, l’autorità venerata del Pontifex si arresta, il capo della famiglia è l’arbitro assoluto: “Suo quisque ritum sacrificium faciat”; Ciascuno celebri il suo Rito (Varrone, “De lingua latina”, VII, 88).

“Separatim nemo habessit deos neve novos, neve advenas, nisi publice adscitos; privatim colunto quos rite a patribus acceperint. Ritus familiae patrumque servanto”; Nessuno abbia Dèi particolari, né nuovi, né forestieri, a meno che non siano pubblicamente riconosciuti; in privato si coltivino i Culti che si ricevettero secondo il Rito dei Padri. Si conservino il Rito della Famiglia e dei Padri (Cicerone, “De Legibus”, II, 8).

Il Pater Familias ripete formule antiche e non deve rendere conto, nè deve mostrare ad estranei, quando egli fa gli atti.

 

ABLUZIONI

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Precedono il nostro Rito le abluzioni dei partecipanti (non di tutti gli astanti).

Le acque purificano e rigenerano perché annullano la storia, restaurano, sia pure per un momento, l’integrità aurorale.

Le abluzione mondano e annullano i processi di disintegrazione fisica e mentale.

Precedono gli atti religiosi, preparando l’inserimento dell’uomo nell’economia del sacro.

Le abluzioni si fanno prima dei sacrifici (M. Eliade, “Trattato di storia delle religioni”, Torino, 2008, p. 176).

Una tra le tante testimonianze ci viene offerta da Virgilio nell’Eneide (IV, 634-640): “ … si affretti ad aspergersi il corpo con pura acqua corrente e porti con se le vittime”, s’intende chiaramente per il sacrificio.

E Macrobio nei Saturnali (III, 2, 6): “ … si sa che, quando ci si accinge a sacrificare agli Dèi Superi, ci si purifica con l’abluzione del corpo. Invece quando bisogna sacrificare agli Dèi inferi, si ritiene sufficiente una semplice aspersione”.

Ancora Macrobio (Sat. II, 1, 2) ci ricorda Enea che, lavato nell’acqua del fiume Tevere, può “tutto purificato, invocare Giove …”.

E Ovidio, nei Fasti (IV, 7, 78): “Lava le tue mani in acqua corrente” per il rito pastorale in onore della Dea Pale.

 

VELATIO CAPITIS

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Primo atto del nostro Rito: il Pater (Familias o della Gens) si copre il capo con un lembo delle toga (P. Chini, “Vita e costumi dei romani antichi – La religione”, Roma, 1990, testimonianze archeologiche p. 75, foto 62, Rilievo con scena di sacrificio – Museo Nazionale Romano; p. 54, foto 52, Augusto con patera mentre sacrifica – Musei vaticani).

Plutarco, nelle sue Questioni Romane (10), evocando i costumi antichi precedenti Roma imperiale, alla domanda: perché quando venerano gli Dèi i Romani si coprono il capo?, ci risponde “In segno di umiliazione o piuttosto per la precauzione che giungesse a loro, dall’esterno, qualche voce infausta e ingiuriosa mentre stavano pregando” o anche per simboleggiare “la scomparsa e l’occultamento dell’anima da parte del corpo”.

Ancora Plutarco, “Questioni Romane” (22): “Sacrificano a Crono (Saturno) con il capo scoperto forse perché è stato Enea a introdurre l’usanza di coprirsi il capo e il sacrificio Crono è molto antico”.

 

SILENZIO

 Silenzio

La prima formula introduttiva al Rito “Favete Linguis”, comanda la necessità del silenzio per il suo svolgimento regolare.

Come ci spiega Seneca ne “La vita felice” (26, 7) “Quando sentirete citare i testi sacri, rimanete in silenzio. Questo ‘favoriteci’ non è detto nell’intento di chiedere favori, ma intima il silenzio perché il rito sacro possa compiersi secondo le prescrizioni, senza essere disturbato da alcuna voce profana”.

Varianti di questa formula troviamo in Virgilio (“Eneide”, V, 71): “Ore favete omnes” tutti osservate il silenzio, e in Tibulio (“Elegie”, II, 2, 2): “Gli astanti, uomini e donne, osservino un pio silenzio” e (in II, 1, 1) “Tacciano tutti gli astanti”.

 

ACCENSIONE DEL FUOCO SACRO

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Non appena il silenzio è stato imposto, leggiamo nuovamente nelle “Elegie” di Tibullo, II, 2, 3: “L’incenso sacro deve essere offerto al camino”, sottintendendo ovviamente la precedente accensione del fuoco sacro.

Nei “Fasti” di Ovidio (VI, 291, 304) la dea Vesta si identifica con la fiamma del focolare domestico.

 

 

DELIMITAZIONE DELLO SPAZIO SACRO, CIRCUMAMBULAZIONE

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La processone segue un percorso circolare orario intorno allo spazio da purificare. Ciò rientra nella nozione magico-religiosa del cerchio protettore (Champeaux, op. cit.).

Nel rito di Marte, descritto nel capitolo 141 del Trattato di Catone sull’Agricoltura, la “Lustratio Agri” è una replica minore dei grandi rituali di circoambulazione (Suovetaurilia). Marte è la divinità della “protezione mediante la forza”. La funzione del Dio consiste nella difesa del perimetro che la processione rende visibile: egli erige “una barriera invisibile, invalicabile, delle potenze malefiche” (G. Dumezil, “La religione romana arcaica, Milano, 2001, pp. 210-211).

 

ADORATIO

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L’indice e il pollice della mano destra, uniti, sono portati sulle labbra e sfiorati con un bacio; poi il braccio destro si tende in avanti in saluto e/o tocca l’immagine sacra (Tito Livio, “Storia di Roma”, V, 22, 4 e Minucio Felice, “Octavius”, II, 4).

 

 SALUTO

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Della formula “Salvete Dii”, “Salvete locurum Deos”, “Salve Sancte Pater”, “Salve Magne Pater salve” e simili sono innumerevoli le possibili citazioni: “Carmina Epigraphica”, Ovidio, “Fasti”, etc.

 

PREGHIERA

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La preghiera romana a singoli o più Dèi à fondata sul Carmen: una prosa ritmica, una formula d’invocazione con ripetizioni e raggruppamenti. La fonte primaria che ci permette di conoscere meglio l’antico rituale domestico con le sue preghiere è il “De Agri Cultura” di Catone. Vediamo un esempio di preghiera (141) “Marte Padre di chiedo e ti prego di essere benevolo e propizio per me, per la nostra casa e per la nostra famiglia”.

L’invocazione precisa innanzitutto a quale divinità ci si rivolge e si attiva l’attenzione del Dio chiamandolo per nome. Il nome divino è isolato e ripetuto. Poi viene la richiesta formulata in modo iterattivo, incantatorio, affinché sia efficace: due coppie di sinonimi, due verbi e due aggettivi e subito dopo tre sostantivi per indicare i beneficiari della benevolenza sollecitata (J. Champeaux, “La religione dei romani, Bologna, 2002, p. 86-87).

Segue la formula che accompagna l’offerta al Dio : “ A questo fine … valgati l’offerta di questa focaccia …” (A Giano). La scrupolosità sull’esito incerto produce poi la formula: “ Se alcunché non ti riuscì di soddisfazione, valgano queste (successive offerte) per espiazione”.

La formula “Sive Deus, sive Dea” – che tu sia un Dio o una Dea (Catone, “De Agri Cultura”, 139), con le relative varianti, non significa che la divinità è asessuata, ma che il pregante, ignorando il genere del Nume, prudentemente contempla entrambe le eventualità (J. Champeaux, “La religione dei romani, Bologna, 2002, p. 46).

Le invocazioni a più Dèi seguono un ordine preciso: prima a Giano come Dio di ogni inizio. Subito dopo Giove, seguono gli altri Dèi e per ultima Vesta. Cicerone (“Sulla natura divina”, II, 67): “Vollero che Giano fosse il primo nei sacrifici … il potere (di Vesta) riguarda le aree e i focolari e pertanto ogni preghiera e ogni sacrificio finiscono con li perché essa è custode di ciò che è intimo”.

Durante il Rito non si incrocia nulla. Ovidio: “non incrociare le gambe sul ginocchio” (“Fasti”, IV, 827-828).

La preghiera rituale si basa sulla forza efficace della parola Errori, balbuzie, la sostituzione di una parola con un’altra sono fattori d’annullamento del Rito (Plinio, “Storia naturale”, 28, 10; II, 74, in D. Forte, “Il sacerdote a Roma, Forlì, 2015, p. 41).

Esempi di preghiere di privati troviamo in Tibullo, Ai Lari (“Elegie”, I, X, 15, 28); in Catone, A Marte Silvano, A Giove, A Giano, A Marte, (“De Agri Cultura”, 83, 131-132, 134, 139, 141); nelle opere di Plauto, A Fides, A Giove, Ad Apollo, Al Lare famigliare, Ai Penati.

Le testimonianze sono anche spesso archeologiche: epigrammi su lapidi, iscrizioni in versi sulle erme (”Carmina Epigraphica, I-IV sec e.v.): A Diana, A Silvano, Alle Camene, A Priapo; preghiere dell’Antologia latina su codici del III-V sec. e.v.: A Tellus, Al Sole, A Marte, A Libero.

 

INNI

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Degli Inni a singoli o più Dèi ci parlano una serie di poeti immortali.

Tra loro, su tutti:

a Venere in Lucrezio (“La natura delle cose”, I, 1-49);

a Diana, Imeneo, Venere in Catullo (“Carmina”, 34, 61, 36);

a Libero, Cerere, Marte, Flora e Pale – Ovidio (“Metamorfosi”, IV, 17-30, V, 341-661 e “Fasti”, V, 549-598, V, 183-378, IV, 723-776);

a Mercurio, Apollo, Fortuna, Bacco, Fauno, Diana, Venere in Orazio (“Odi”, I 10, I 31, IV 6, I 35, II 19, III 25, III 18, III 22, I 30, IV 1);

a Esculapio, Giano, Giove, Mercurio, Ninfe, Saturno in Marziale (“Epigrammi”, IX 17, VIII 8, X 28, VII 60, VII 74, IX 58, XII 62);

al Sole, a Minerva, a Giunone in Marziano Capella “Nozze di Mercurio e Filosofia”, II 185-193, II 149, VI 567-575).

 

ALTRE FORMULE

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La classica formula “Quod bonum, faustum, felix, fortunatum, salutareque sit“ – ‘sia questa cosa buona, fausta, felice, fortunata e salutare’ è riportata in Cicerone “Sulla Divinazione” (I, 182) che spiega come queste parole abbiano valore profetico.

Un’altra nota formula ci è prevenuta come cantilena ritmica arcaica rivolta a Giano da parte del sodalizio dei Salii, i sacerdoti di Marte. E’ di difficile comprensione ma, ricostruita e tradotta, è da noi utilizzata per la consacrazione rituale delle nuove suppellettili cultuali:

“O Zeul, ad oreso omnia, verom ad patulcie cosmis es Ianeos, Ianes es duonos ceros es manos”;

‘Oh Sole sorgi al mondo! Alla porta del Cielo, oh tu che apri! Sei il gentile portiere, sei il buon Ianes, sei il benefico governatore’ (Ricostruzione in GB. Pighi, “La poesia religiosa romana”, Forlì, 2007, pp. 86-89).

 

OFFERTE

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Incenso.

“Datemi  … l’onore del gradito incenso  … intorno al focolare” (Properzio, “Elegie”, IV, 6, 4-5).

“E a me tocchi in sorte celebrare i Patrii Penati e offrire ogni mese incensi al mio vetusto Lare” (Tibullo, “Elegiarum”, I, 3, 33-34).

Vino.

“Tre volte esse versa limpido vino al fioco” (Virgilio, “Georgiche”, IV, 384).

Libagione.

“(versando) Il vino dalle anfore per onorarti, con copiose suppliche ti associa ai Lari” (Orazio, “Odi ad Augusto”, IV, 5, 33-35).

“Offro … a te, o Giano, vino e incenso” (Ovidio, “Fasti”, I, 172-173).

“Versando il vino mentre pronunciate queste parole” (Ovidio, “Fasti”, II, 638).

 

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Altro tipo di offerte.

Atto giornaliero di culto è pure l’offerta fatta agli Dèi domestici durante la mensa. Catone prescrive di onorare con corona il focolare alle Calende, alle Idi, alle None e di offrire al Lare (“De Agri Coltura”, 143).

“Alle Calende una donna … apre … i rinchiusi Lari … copre di fiori i sacelli … e crepita l’erba sabina (un sostituto dell’incenso) sui vecchi focolari” (Properzio, “Elegiarum”, IV, 3, 53-58).

“Alla festa dei Dio Termine … ha gettato tre volte grano nel fuoco” (Ovidio, “Fasti”, II, 651).

“Offriremo grandi focacce a Pale, Signora dei pastori” (Ovidio, “Fasti”, IV, 776).

 

TAVOLA – ARA – BANCHETTO

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Il banchetto si trasforma in Rito sacro domestico di comunione col divino e la tavola in Ara. Immagini sacre possono essere collocate sulla mensa, le divinità sono presenti a tavola (Ovidio, “Fasti”, VI, 305-306).

Plutarco (“Questioni Romane”, 64) alla domanda perché i romani non lasciassero mai sgombra del tutto la tavola di vivande, risponde che non si doveva permettere ad una cosa sacra di rimanere vuota e la mensa è sacra. In festività come i Saturnali poi sedersi a mensa è anche parte della cerimonia religiosa.

Il focolare domestico di identifica con l’altare, l’Ara domestica; ornato di corone e fronde, annaffiato con le quotidiane libagioni. “Solleciti tutti lietamente, libano sulla mensa e pregano gli Dèi” (Virgilio, “Eneide”, VIII, 278-279).

 

LARARIO

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Il larario è il sacrario/edicola davanti alla quale celebrare il Rito privato domestico. I sacrari privati possono essere di diversi tipi piccolo edificio in fondo al giardino di casa; stanzino con nicchie per le divinità, sacelli con edicoletta, ambienti votivi sotterranei. Assai più frequente è l’esistenza delle sola edicola aperta, richiudibile con ante.

All’interno del larario sono conservati sia immagini/statuette delle divinità, sia suppellettile per il Rito.

Divinità domestiche.

I Lari sono i numi protettori dello spazio umanizzato: di una proprietà, della casa (Lar Familiaris), degli incroci (Lares Compitales), del mare quando è navigato (Lares Permarini) etc.. In origine il Lare appare sempre al singolare (Catone, “L’Agricoltura”, 143) ed è raffigurato come un giovinetto danzante con capelli lunghi e ghirlandati, tunica corta, boccale in una mano e pàtera nell’altra.

I Penati sono le divinità protettrici della dispensa della casa (il Penus, ovvero il più chiuso interno della casa) e quindi del nutrimento della famiglia; sono quindi divinità legate alle persone.

Il Genio è il protettore del Pater Familias ed raffigurato antropomorfo (uomo in toga) o come serpente.

I Mani, infine, sono gli antenati divinizzati, da onorare.

 

Suppellettile

Suppellettili

Numerose testimonianze archeologiche nonché Virgilio, (“Eneide”, VI, 230), ci forniscono l’elenco di oggetti votivi presenti nel larario e usati per il Rito.

Tra questi troviamo il turibolo, la cassetta per l’incenso, la pàtera (piattino per presentare le offerte agli Dèi), la brocca per il vino e l’aspersorio (il ramoscello d’ulivo o di alloro).

 

CALENDARIO

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A conclusione, occorre un a nota sommaria sul carattere del tempo sacro dei mesi (vedi alla voce Kalendarium).

L’anno religioso romano inizia con il mese di marzo, sacro a Marte (Dio padre del capostipite Romolo e di tutti i romani) indicando così la stagione propizia all’inizio delle guerre e caratterizzando il tempo di feste guerresche.

Ad aprile dominano invece le feste agricole.

A maggio prevalgono le ricorrenze lustratorie, ma anche quelle funerarie.

Giugno, con le sue cerimonie, prepara per il raccolto, mentre a luglio si propiziano i demoni dei boschi e le divinità collegate con le acque.

Ad agosto, oltre alle feste del raccolto, si festeggia il calore benefico.

Settembre è dedicato ai ludi equestri.

Ottobre segna la fine delle campagne di guerra, quindi è caratterizzato da cerimonie di lustrazione delle armi oltre che feste legate alla vendemmia.

Novembre non è importante per l’agricoltura e non registra feste.

A dicembre le feste sono legate alla semina e al sole.

Gennaio, oltre ad essere dedicato a Giano, non ha un particolare carattere.

A febbraio, ultimo mese, dominano invece le cerimonie di espiazione (p. Chini, op. cit. pp. 84-87).

Come fonte letteraria basterà citare la narrazione elegiaca di Ovidio nei Fasti,  che raccolgono e illustrano con grande erudizione le leggende e gli episodi storici legati alle singole ricorrenze del Calendario romano.