Le divinità non sono l’oggetto della Religio Romana, ma il soggetto. La teurgia

Verso il Misticismo Neoplatonico. Un percorso filosofico (XII parte)

Pompei, Casa di Iulius Polibius, larario
Pompei, Casa di Iulius Polibius, larario

“Io ho studiato più di te”: questa è, in estrema sintesi, il punto ricorrente delle dispute odierne sulla Religio. L’ho visto mille volte in mille modi, in ambito accademico, tra le associazioni, tra le persone. Tuttavia è da notare che si tratta di una caratteristica presente solo oggi, in quanto non mi risulta che nell’antichità ci fosse quest’atteggiamento di attaccamento morboso alla conoscenza teorica della religione. Ciò porta al paradosso che ad un certo punto lo sforzo conoscitivo che noi compiamo per avvicinarci alla pratica originaria, in realtà ci allontani dall’atteggiamento autentico che avevano le persone religiose di un tempo.

Se ci soffermiamo un attimo sulla nostra condizione ed i nostri tempi, comprendiamo che ci sono almeno tre fattori all’origine della nostra impostazione culturale.

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Primo fattore. In genere, noi politeisti del XXI secolo, apparteniamo a una prima generazione che si è ribellata alla religione cattolica, rimasta religione di Stato fino al 1984, anche se continua ancora oggi ad esercitare una pressione politica a destra e a manca. Non tutti sono capaci di rompere con la religione insegnata da nonni e genitori e imposta dal sistema scolastico e dalla società in genere. Ricordo che persino chi ha prestato il servizio militare per servire la Patria si è trovato sistematicamente esposto a santi e madonne. Occorre essere determinati ed avere una buona conoscenza per controbattere alle tante domande che il mondo circostante ci pone quando ci distacchiamo dal cristianesimo. Come conseguenza, la nostra prima generazione di politeisti è composta principalmente da gente preparata: gente che legge, che studia, che si informa. È raro incontrare tra noi un “politeista non praticante”, qualcuno nato politeista ma con disinteresse per i templi. Siamo un gruppo accomunato dalla cultura che ci ha liberato dallo spauracchio della dannazione eterna cristiana e ci ha indicato le vie di Giano. Siamo una minoranza informata e attiva, con una buona dose di anticorpi culturali.

Sarcofago di Portonaccio
Altare con bassorilievo della Fondazione di Roma, Ostia antica

Secondo fattore. Siamo una prima generazione dopo secoli di persecuzioni e oblio. Una delle peggiori accuse della chiesa, anche tra fazioni opposte del cristianesimo, era ed è tuttora quella di “paganesimo”. Il cristianesimo ha trasformato i nostri Dei in diavoli malvagi ed ha trasformato il giardino del politeismo del mondo classico in un arido deserto. La nostra religione, deprivata dei suoi scritti sacri, dei suoi templi, delle sue statue, dei suoi riti, può rinascere solo scavando e dissotterrando le antiche costruzioni, ricostruendo poi le nuove in maniera consona. Questo è il ricostruzionismo religioso, la cui alternativa è la perdita della specificità, l’annacquamento con un generico politeismo di stampo New Age e l’esposizione, secondo quanto ci insegnano i filosofi neoplatonici, a demoni caotici.

Terzo fattore. Siamo figli del nostro tempo ed abbiamo bisogno di prove ed evidenze. L’archeologia è una scienza sofisticata che si appoggia sulla interdisciplinarità di varie tecnologie avanzate. Il nostro modo di pensare è preciso, logico, razionale. Se la fonte non è chiara, preferiamo non sbilanciarci ed essere prudenti nelle affermazioni sui rituali e sulla Religio. Per quanto possiamo tentare di negarlo, siamo figli del nostro tempo, della razionalità dei nostri giorni, della tecnologia e della ricerca a tutto campo.

In sintesi, la mancanza di una tradizione ininterrotta ci costringe a ricostruire qualcosa di perduto, ma ciò deve avvenire con l’aiuto della ricerca moderna sul mondo antico. Ammettiamolo: siamo una prima generazione a cui i genitori e i nonni non hanno insegnato nulla sulla Religio Romana e basiamo la nostra pratica sull’archeologia, appassionati di ogni pietra, speranzosi che un giorno un papiro possa riaffiorare alla superficie recando novità importanti sulla pratica religiosa. Al di là di questo, siamo ostili alle innovazioni per un senso della tradizione e per una sacrosanta prudenza.

Ma è tutta qua la via degli Dei? Un esperimento di ricostruzione archeologica?

Ebbene, occorre in primo luogo rimuovere dai nostri intelletti l’oggettivazione scientifica forzata di ogni problema. Le divinità che popolano il cosmo ad ogni livello non sono l’oggetto della Religio Romana. Esse ne sono il soggetto. E come soggetto, sono loro che dirigono l’azione che a noi spetta riconoscere. Questa considerazione apre nuove prospettive, in quanto ci costringe al confronto con la dimensione divina, non solo come persone informate che possono parlare sull’argomento, ossia teologi, bensì come  teurghi.

Sarcofago di Portonaccio
Sarcofago di Portonaccio

Il termine teurgo è stato introdotto da Giuliano il Caldeo o da suo figlio, nell’ambito degli Oracoli Caldaici, come colui che evoca ed agisce sugli Dei. Porfirio, il primo filosofo neoplatonico a sostenere la nascente teurgia come metodo per approssimarsi agli Dei, s’interroga nella “Lettera ad Anebo” se gli Dei siano costretti dal teurgo a manifestarsi e a compiere determinate azioni. In realtà, questa visione risente ancora delle antiche pratiche magiche, classificate come goezia, dove il demone invocato è costretto a compiere una certa azione dal mago, come mostrato dai Papiri Magici Greci. Il filosofo Giamblico rispose in anonimo alla Lettera ad Anebo di Porfirio, chiarendo che in realtà è il teurgo che si innalza alla divinità per un processo di “simpatia” e non la divinità ad abbassarsi agli umani. Con Porfirio, la teurgia cominciava il suo cammino e si affinava fino a trovare una massima espressione in Proclo. Durante il Rinascimento la teurgia riaffiorò grazie al Circolo Neoplatonico di Firenze, per continuare fino a oggi in certi circoli ristretti, anche se profondamente decontestualizzata.

La teurgia è stata definita come “magia bianca”, per una distinzione dalla “magia nera” relativa alla goezia. Sostanzialmente, la magia nera viene praticata per ricevere vantaggi immediati e terreni grazie all’invocazione di entità demoniache. Porfirio avvisa sui pericoli della magia nera, che gioca sulle energie volitive e basse dell’anima, esponendola ai capricci dei demoni. La teurgia, più che una pratica magica, è una forma di yoga occidentale, in quanto mira all’innalzamento dell’anima a stati di coscienza superiori, più prossimi alla divinità invocata. Il teurgo non cerca di modificare la realtà quotidiana con la teurgia (pertanto non è un mago), ma ricerca l’intuizione divina attraverso il Nous, per avvicinarsi ulteriormente agli Dei e per interpretarne la volontà a favore della propria anima e della comunità. Come si può capire si tratta di una finalità mistica che non ha nulla a che vedere con i filtri d’amore e con la pratica goetica, che si fonda sulle necessità materiali e sui desideri terreni del praticante.

La pratica teurgica storicamente è sorta in un periodo di forte contrasto con il nascente cristianesimo ed ha un carattere strettamente conservatore, con una proposta di rituali nell’ambito del politeismo tradizionale, ricercando il contatto con le divinità. I rituali teurgici possono a grandi linee essere suddivisi in due sottogruppi: le pratiche telestiche e la teoforìa.  Le prime, chiamate anche simboliche, si svolgono attraverso la consacrazione di oggetti e statue, per ottenere soprattutto da quest’ultime gli oracoli. Le consacrazioni, ben conosciute nell’ambito della Religio Romana, richiedono complessi rituali per rendere l’oggetto, tipicamente una statuetta, degno di ospitare la divinità. Ciò rientra nell’ottica neoplatonica di materia come ricettacolo delle forme eterne. La statuetta, una volta consacrata, sotto determinate condizione può ospitare la divinità e fungere da veicolo per la rivelazione dei messaggi divini, gli oracoli. Nella teoforìa, un officiante assume la funzione di medium, entrando in trance e prestando la propria voce al Dio invocato. Il rituale complesso prevede la consacrazione del medium come immagine terrena della divinità (simile alla statuetta), mettendo però a sicuro il medium da demoni e spiriti non desiderati attraverso un’attenta purificazione ed invocazione, nonché con la preparazione di barriere psichiche difensive.

La Religio Romana delle origini non era affatto estranea alle tecniche d’interpretazione della volontà degli Dei (vedere per esempio l’ottimo saggio di Paolo Casolari “Templum: lo specchio del cielo)[i], basti ricordare l’aruspicina, l’auspicia, e l’utilizzo di oracoli di vario tipo, tra cui quelli Sibillini. La novità introdotta dalla teurgia, in linea con le tendenze religiose dei primi secoli, è l’attenzione verso il singolo con una funzione soteriologica: il teurgo cerca non solo il bene della comunità ma anche e soprattutto la salvezza della propria psiche.

Un’altra caratteristica della teurgia è la sua grande attenzione alla sfera etica, in accordo con i filosofi  neoplatonici. Appare anzi chiaro che senza un’etica corretta un teurgo non può  raggiungere obiettivi importanti, in quanto la sua anima risulterebbe disturbata ed appesantita dalla quotidianità. L’etica lo mette al riparo dai disturbi generati dalle preoccupazioni di ogni giorno. Anche quest’aspetto è in piena sintonia con la Religio Romana[ii]. Porfirio scrisse “la vita di Pitagora” proprio per presentare l’esempio dell’uomo etico. Inoltre egli era un fautore del vegetarianismo, adducendo le stesse argomentazioni dei moderni seguaci dell’induismo, ossia che la carne dell’animale ucciso appesantisca con la sua energia le vibrazioni dell’anima del teurgo, precludendo così la possibilità di elevarsi a livelli di coscienza superiori.

La Religio Romana dunque, per quanto possa oggi basarsi sulla ricerca archeologica, ha ancora ottime carte da giocare per recuperare l’immortale linfa vitale delle sue origini. La tradizione può essere rivitalizzata dalla teurgia, purché questa non sia decontestualizzata dalla tradizione e sia accompagnata dall’etica.

Porfirio oggi ci interroga sulla nostra religiosità. Esiste un fiume di infinite manifestazioni del divino, dal sommo Silenzio dei Silenzi, agli Dei immortali, agli alti demoni fino agli spiriti caotici e perduti. Se non ne prendiamo atto, siamo forse dei buoni archeologi in erba ma non religiosi. Porfirio ci invita ad avere più coraggio e a tornare ad ascoltare gli Dei, non solo attraverso i libri e le pietre, ma direttamente dalla loro voce, affiancando ai rituali del calendario in primo luogo un percorso etico per purificare le nostre anime e metterle a riparo da eventuali appesantimenti, e poi la pratica teurgica, per apprendere gli oracoli degli Dei dalla fonte primaria. Se sapremo dirigerci direttamente alla sorgente eterna, saremo i fondatori della Religio Romana Renovata, nel solco della tradizione, e consegneremo ai nostri figli e alle future generazioni una religione rigenerata.

Fori Hadriani scripsit, a.d.V Id Dec MMDCCLXX

Mario Basile

[i] http://www.saturniatellus.com/2014/11/templum-lo-specchio-del-cielo-tecniche-significati-simboli-e-segreti-del-rito-romano-di-fondazione-della-citta/

[ii] http://www.saturniatellus.com/2016/11/la-via-romana-e-innanzitutto-un-orientamento-etico/