Verso il misticismo neoplatonico. Qual è il contributo di Aristotele (V parte)

aristoteleLa Metafisica di Aristotele: eziologia e ontologia

Platone fu un grande visionario, un rivoluzionario della filosofia, un coraggioso capitano nella traversata dell’oceano della conoscenza. Egli ebbe l’ardore di lasciare la filosofia naturale del mondo percettibile per innalzarsi alla verticalità del mondo delle forme, comprendendo che fino a quel punto il pensiero si era occupato non della realtà, ma di una sua rappresentazione sfuggente e incompleta, un ologramma.

È bene comunque ricordare e onorare Platone come un filosofo, un amante di Sofia, e non come il capo di una setta religiosa. Alla base del metodo di Platone c’è il libero pensiero della mente indagatrice. Per questo motivo, non ci dovremmo meravigliare se i suoi discepoli non sempre riproposero tutta la filosofia del Maestro, ma spesso ne confutarono e rifiutarono parti importanti del pensiero o intrapresero nuovi percorsi. Per esempio, secondo alcuni autori antichi, il nipote di Platone Speusippo, che gli succedette alla guida dell’Accademia, giunse a negare un legame tra le idee e il mondo materiale, passo cruciale nel pensiero platonico. Abbiamo già visto in precedenza come Senocrate lasciò la scuola per i dissensi con Speusippo. Senocrate tuttavia non fu il solo, ma fu accompagnato da un altro filosofo che era stato discepolo di Platone per ben vent’anni e che avrebbe lasciato un segno indelebile nella storia del pensiero filosofico: Aristotele. Questi, spesso presentato come un antagonista di Platone, per aver fondato il Liceo o Peripato, una scuola in concorrenza con l’Accademia, in realtà seguì, almeno in gran parte, gli insegnamenti del suo Maestro, continuando nel solco della metafisica con una mente analitica senza precedenti. Effettivamente, Aristotele analizzò a fondo le implicazioni della “seconda navigazione” di Platone e si prese la briga di definire rigorosamente la metafisica stessa, arricchendola di significati e dotandola di un rigore logico. Poiché nel neoplatonismo, in particolare nelle opere di Proclo, si utilizzarono alcuni concetti provenienti dal pensiero di Aristotele, è utile ripercorrere le idee principali del grande filosofo per quanto riguarda la metafisica a cominciare dalla domanda fondamentale: che cos’è la metafisica?

Secondo Aristotele la metafisica si occupa di ciò che è oltre la filosofia naturale (metafisica letteralmente può essere tradotta con ciò che sta dietro il mondo naturale). La metafisica è pura conoscenza, che vale in sé e per sé, diversa da ogni altro tipo di sapere che invece può essere legato a una qualche utilità o profitto. La metafisica è un sapere destinato ad appagare il puro amore di conoscenza (filo-Sofia, appunto) della mente indagatrice, e come tale è divina e coincide con la teologia. Aristotele affermò: “Tutte le altre scienze sono più necessarie di questa [la filosofia], ma superiore nessuna” (1).

Aristotele definì la metafisica in maniera rigorosa in base a quattro tipi di oggetti:

  • La metafisica delle cause prime, o eziologia;
  • La metafisica dell’essere, o ontologia;
  • La metafisica dell’essenza, o usiologia;
  • La metafisica teologica, o teologia.

Storicamente i quattro oggetti della metafisica sono apparsi proprio nell’ordine esposto. I primi filosofi della scuola di Mileto si affannarono nella ricerca dell’archè o principio primo, inteso come causa di ogni cosa. In seguito Parmenide introdusse l’essere come causa prima, fondando così l’ontologia, che coincide con il secondo oggetto della metafisica. Dopo la scuola eleatica, diversi filosofi cercarono l’essenza (ousìa) alla base di ogni cosa (omeomerie, atomi, eccetera). L’ultimo tipo di oggetto è il divino, tenuto in considerazione quasi da tutti i filosofi, ma in particolar modo da Platone.

In quest’articolo introduciamo brevemente i primi due oggetti della metafisica aristotelica: l’eziologia e l’ontologia.

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La Metafisica della cause prime (Ezioogia)

Il primo oggetto della metafisica è la ricerca delle cause prime. Secondo Aristotele una causa prima, o principio, è ciò che costituisce la base, la struttura, la fondazione. Le cause devono necessariamente essere finite, nel senso che non è accettabile avere una sequenza infinita di perché. Nel nostro mondo, caratterizzato dal divenire, le cause si riducono alle seguenti quattro: 1) causa formale; 2) causa materiale; 3) causa efficiente; 4) causa finale.

La causa formale e quella materiale sono “statiche”. Un esempio vale più di una lunga spiegazione, perciò consideriamo un’automobile, la cui causa formale può essere il suo disegno o progetto, inteso come idea prima della realizzazione materiale. La causa materiale invece è appunto la materia (lamiera, motore, elettronica, eccetera) che costituisce il prodotto. Se consideriamo anche il divenire del mondo, possiamo interrogarci sul perché sia apparsa un’automobile (la fabbrica l’ha prodotta) e a qual fine (perché sia acquistata e usata), che sono rispettivamente la causa efficiente e quella finale. I quattro tipi di cause sono ancor oggi usate in vari tipi di analisi e rientrano nel vocabolario necessario per comprendere la mistica neoplatonica, in particolare quella di Proclo.

La Metafisica dell’Essere (Ontologia)

Per Platone l’essere è trascendente e universale. A volte assume le caratteristiche di un vero e proprio mondo o dimensione. Questa concezione impose ai suoi successori il problema di come collegare il mondo materiale e le sue caratteristiche di molteplicità e divenire all’essere eterno e trascendente. Gli autori neoplatonici, che si accorsero della grande distanza tra essere e mondo percettibile cercarono un ponte introducendo vari livelli intermedi, rendendo così meno drammatico il passaggio da un livello all’altro. Aristotele invece seguì un’altra via. Mentre per Platone l’essere è trascendente e universale, per Aristotele ciò che era stato prima di lui storicamente trattato come “essere” (τὸ ὄν) in realtà ha assunto nei vari autori molti significati analoghi che puntano a un concetto unitario, quello di “ousía” (οὐσία), la vera realtà delle cose, termine coniato peraltro da Platone. È necessario definire rigorosamente sia la traduzione di “ousía” in italiano, sia comprendere in che cosa differisca dall’essere, almeno secondo Aristotele. Cicerone tradusse il termine come “essentia”, da cui deriviamo il termine che useremo in italiano, essenza. Boezio tuttavia, pur utilizzando il termine ciceroniano essentia, usò anche “substantia”, ossia sostanza, per la traduzione di hypostasis (ὑπόστασις = sub-stantia), vocabolo usato talvolta da Aristotele come sinonimo di ousía. L’utilizzo della parola sostanza, intesa come “ciò che permane sotto il mutare apparente delle qualità e dei fenomeni” (definizione dall’Enciclopedia Treccani) si presta a generare errori in quanto “sostanza” viene tradizionalmente utilizzato per tradurre anche il termine filosofico ὑποκείμενον, che invece, quando lo incontreremo, lo tradurremo con “substrato”. Per chiarezza quindi qui e nei prossimi articoli usiamo essenza come traduzione di ousía ed evitiamo il termine “sostanza”.

Aristotele dunque ritenne che solo l’essere in quanto essere coincidesse con l’essenza, ossia con la stessa vera realtà delle cose, mentre spesso l’“essere” in filosofia indicasse piuttosto altri e vari concetti relativi comunque all’essenza. L’essenza è definita dallo stesso Aristotele come τὸ τί ἦν εἶναι, che possiamo tradurre come l’essere di ciò che è, da intendersi come ciò che permane e resta al di là di ogni trasformazione.

Tenendo in mente questa differenza tra essenza ed essere, i vari significati dell’essere possono riassumersi nei seguenti: 1) essere secondo le categorie; 2) essere secondo potenza ed atto; 3) essere come vero o falso; 4) essere come accidente.

Essere secondo le categorie. Aristotele identifica dieci categorie che rappresentano modi dell’essere. In realtà la prima categoria, quella dell’essenza, è la fondamentale, mentre le altre sono diversi significati primi dell’essere relativi all’essenza: qualità, quantità, relazione, azione, passione, luogo, tempo, avere, giacere. L’essenza e le sue caratteristiche definiscono una griglia di coordinate sulle quali si può definire ogni entità esistente: questa è la base dell’essere di ogni cosa.

Essere secondo potenza ed atto. Aristotele definisce un concetto molto importante per il nostro viaggio nel misticismo neoplatonico: potenza (δύναμις = dynamis) e atto  (ἐνέργεια = energheia, oppure anche usato come sinonimo ἐντελέχεια = entelekeia) sono due modi di essere, quasi due polarità. L’essere in atto è il modo immediatamente visibile dell’essere. L’essere in potenza, è la capacità di essere in atto. In questo modo Aristotele inserisce nel concetto di essere anche il divenire. La potenza e l’atto NON sono categorie dell’essere. Sono due polarità dell’essere che si manifestano anche in ciascuna categoria. Il concetto di potenza ricoprirà in Proclo una funzione estremamente importante, diventando parte integrante della struttura della cosmologia e della propagazione dall’Uno alla materia.

Essere vero o falso. Questa modalità dell’essere riguarda la logica, la disciplina introdotta dallo Stagirita per studiare il logos come funzione astratta di ragionamento.

Essere come accidente. È la forma più debole dell’essere, nel pieno divenire. Si tratta della condizione occasionale, casuale, in cui si trova la materia in un certo momento.

A questo punto appare chiaro come Aristotele, di fronte a queste quattro tipologie di “essere”, trovò necessario riferirsi all’essenza come aspetto unificante. Nel prossimo articolo entreremo nel vivo dell’essenza e la sua metafisica.

Mario Basile

(1) ἀναγκαιότεραι μὲν οὖν πᾶσαι ταύτης, ἀμείνων δ᾽ οὐδεμία (Aristotele, Metafisica 1, 983a).