Sarà presentato venerdì 31 maggio alle ore 18.30 presso la sede del Movimento Tradizionale Romano (Via Bezzecca 1/d, Roma) il volume ROMA DENTRO, saggio storico di costume sulla Romanità antica e sui suoi riflessi nell’Italia di oggi.  Scritto dal giornalista e sodale del Movimento Paolo Casolari, con un contributo dello scrittore di tradizioni Giandomenico Casalino, il volume, pubblicato per i tipi della MMC Edizioni, è un omaggio all’Italia e svela lo spirito di Roma nel nostro quotidiano con chiavi di lettura non convenzionali, rappresentando al lettore in maniera divulgativa e non accademica un almanacco di evidenze e circostanze rimosse che ci fanno riscoprire l’orgoglio di appartenenza alla grande Civiltà degli antenati nel momento in cui il nostro Paese pare aver perso l’anima.

Come dividiamo il tempo, perché festeggiamo certe ricorrenze, dove nascono i colori della nostra bandiera, i confini delle nostre regioni, la provenienza dei nostri nomi, i gesti quotidiani, la sfortuna di alcuni numeri, gli eroismi dimenticati, ma anche certi vizi. Un torrente carsico, insomma, ci lega a Roma e ci spiega l’origine delle più note feste cristiane, l’uso del presepe e dell’albero, le sagre paesane, il legame ai santi. Non vanteremmo oggi,  poi,  il mito del “made in Italy” quale la buona tavola senza la grande cucina romana, richiami come la piazza ed il centro storico senza gli àuguri, fissazioni come quella per l’acqua e per la pulizia senza le terme, privilegi come la sanità pubblica e gratuita senza l’isola Tiberina. Neppure useremmo certi amuleti senza il “fascinum”, né giocheremmo a scacchi senza il “ludus latrunculorum” o ameremmo certi sport senza i gladiatori o saremmo rappresentati da una stella bianca a cinque punte senza “Venus”. La gran parte del nostro “patrimonio comportamentale” viene dall’Urbe, ma noi lo abbiamo dimenticato. E lo ricorda anche il prezioso cammeo di Casalino sulle origini arcane del legame indissolubile tra Roma e l’Italia. Completano le trecentoventi pagine di ROMA DENTRO un calendario delle “ricorrenze parallele” in 150 anni d’Italia unita, in 1500 anni di devozione cattolica e in 1200 anni di Romanità classica.

L’autore del libro, in distribuzione in questi giorni nelle librerie romane ed acquistabile su www.romadentro.it, sarà introdotto dal presidente del Movimento Daniele Liotta. L’incontro è aperto al pubblico.

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Addio a Ottavio Missoni, grande imprenditore e sindaco di Zara in esilio

Missoni con alle spalle il gonfalone di Zara (d’azzurro alle tre teste di leopardo d’oro”)

Se n’è andato un grande italiano: un imprenditore, uno sportivo e un patriota.

Ottavio era nato a Ragusa (oggi impunemente ribattezzata Dubrovnik), splendida città della Dalmazia di secolare tradizione prima romana e poi veneziana, l’11 febbraio 1921, da Vittorio, giuliano, “omo de mar, capitano e figlio di un magistrato” e da Teresa de’ Vidovich, dalmata di antica e nobile famiglia di Sebenico. A sei anni si trasferì a Zara (che allora era territorio italiano) dove trascorse tutta la sua giovinezza, fino al 1941. Qui conseguì suoi primi successi sportivi nei 400 metri piani e a ostacoli. Nel 1937 vestì la maglia azzurra e nel 1939 divenne campione mondiale studentesco a Vienna. Chiamato alla armi, combatté in Africa settentrionale contro gli inglesi e venne fatto prigioniero nell’epica battaglia di El Alamein, nel novembre del 1942. Dopo 4 anni di prigionia, Zara rasa al suolo dai bombardamenti angloamericani (fu colpita 54 volte con duemila vittime ed ebbe l’85 per cento degli edifici distrutti), in corso la tragica pulizia etnica dei comunisti titini ai danni degli italiani di Dalmazia ed Istria (nella sola Zara vennero trucidati 900 italiani e altri 435 deportati), rientrò in patria stabilendosi a Trieste dove aprì un laboratorio di maglieria. Successivamente, insieme alla moglie Rosita, spostò l’intera produzione artigianale a Sumirago (Varese). In quegli anni Missoni partecipò ai Giochi olimpici di Londra 1948, classificandosi sesto nella finale dei 400 ostacoli e agli Europei di Bruxelles nel 1950, concludendo al quarto posto. In carriera ha conquistato sette titoli nazionali.

Nel 1960 gli abiti e le maglie di Missoni iniziarono ad apparire sulle riviste di moda e progressivamente le sue creazioni conobbero il successo mondiale.  Nel settembre 1973 i Missoni ricevettero il prestigioso Neiman Marcus Fashion Award, equivalente del premio Oscar nel campo della moda: è stato solo il primo di una lunga serie. Gli ultimi mesi della vita di questo grande imprenditore sono stati segnati dalla tragica scomparsa del figlio Vittorio, il 4 gennaio scorso in Venezuela.

Con Missoni il made in Italy ha perso una figura unica per autenticità e spessore artistico che ha saputo vivere il suo rapporto con le terre d’origine di Dalmazia con grande compostezza e autorevolezza, senza mai dimenticarne l’italianità. Legatissimo alla comunità di esuli, Missoni, da decenni sindaco di Zara in esilio (definiva la sua città “La Dresda dell’Adriatico”), non mancava mai ai raduni annuali: in uno di questi, era il 1993, propose di fare della Dalmazia una “regione d’ Europa” secondo lo status previsto dal Trattato di Maastricht per i territori di lingua “mista”. La proposta venne inoltrata alla Farnesina dallo stesso Missoni; tutt’ora lì giace, in qualche cassetto.

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Le iniziative del 21 aprile e la lezione di Casalino. “L’attualità di Roma è un progetto/vita universale mai più eguagliato”

Il Movimento Tradizionale Romano ha celebrato con un serrato programma di iniziative i 2766 anni dalla Fondazione di Roma.

La giornata è iniziata la mattina presto con il tradizionale saluto alle vestigia dei Fori. Accompagnati dall’archeologa Marina Simeone, i sodali del Movimento hanno potuto approfondire, in diverse tappe ragionate, la sacralità dei luoghi e le più recenti scoperte che ci consegnano, ad esempio,  una stretta relazione non solo archeologica tra il Lupercale e la sovrastante basilica di S. Anastasia (ove, non a caso, l’imperatore Costantino celebrò il primo Natale cristiano), che ci restituiscono la magnificenza del tempio di Romolo, voluto da Massenzio, e ci confermano la centralità del tempio di Vesta, inserito nella prima Regia di Numa. La visita ha visto anche gli omaggi floreali del M.T.R. al grande archeologo Giacomo Boni, all’ara del Divo Cesare e all’Aguraculum sull’Arx.

A seguire, il Movimento ha celebrato nella propria sede, nell’area consacrata, il rito a Pale e alla Dea Roma.

Dopo il tradizionale banchetto rituale si è tenuto l’incontro clou della giornata: la conferenza del filosofo Giandomenico Casalino che verteva su “L’’Universale significato spirituale della Romanità”.  Si è trattato di un appuntamento molto atteso e partecipato che ha visto il noto scrittore tradizionalista leccese, presentato e introdotto dal nostro sodale Pietro Rosetti, presente anche il rappresentante di Fons Perennis Gabriele Pezzano,  lanciarsi con il consueto e coinvolgente trasposto in un’analisi sull’essenza della Romanità.  Partito da lontano e coniugando filosofia hegeliana, platonismo ed ermetismo, l’autore del “Nome segreto di Roma” è riuscito nella non facile sintesi di trasferirci il nucleo dell’Aeternitas Romae, conferendo così un significato spirituale e non solo cerimoniale alla celebrazione della giornata.

Le cifre di questa essenza sono racchiuse nella parola “Universalità” – da unus versus, capacità di attrazione verso l’Unità, verso l’Intero, che è quindi il Vero; nel verbo “Coagula” – fortissima levatura nel cementare genti diverse su un unico, grande, progetto di vita che accolse imperatori africani e arabi, eserciti sarmati e germani pronti a morire nel nome di Roma (“in quale altra civiltà è mai successo?”); nel concetto di ammodernare nella tradizione – maestria cioè nell’accogliere il nuovo incorniciandolo istituzionalmente nel mos maiorum e nel patto con gli Dei ; infine, nella consapevolezza che l’assetto cui ha dato vita è il meglio che si possa avere sulla terra ad immagine della Città divina di Juppiter.

L’Urbe arrivò a queste vette grazie alla cultura indoeuropea dell’azione, al perenne rifiuto del dualismo (che fu invece la forza del Cristianesimo) ed alla sua padronanza ed esperienza nel relazionarsi con l’oltre natura, col metafisico, senza scindere soggetto vedente e realtà veduta.

Tutto questo oggi Roma ci consegna (“è questo il vero messaggio del 21 aprile”) e ci chiede di vivificare. Sta a noi capirlo. Scavallato il dualismo cristiano e giunti all’abisso dell’io assoluto che non cerca più neppure l’immanifesto e pensa “nient’altro oltre il sé” , è evidente il rischio di trascinamento inconsapevole nella corrente del “Solve” senza ritorno (“ben foraggiata dai poteri forti del Mondialismo”).

FOTO DELLA GIORNATA:  http://www.saturniatellus.com/galleria-foto

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XXI Aprile MMDCCLXVI a.V.c.

 

 

 

 

 

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Il Colosseo è un tempio simbolo di rigenerazione ed è posto sul cardo massimo. La scoperta dell’architetto Meogrossi

La sinopia topografica del Sogno di Roma a confronto con le trame del piano di Sisto V (planimetria di Marcello Fagiolo/ elaborazione di Piero Meogrossi)

Il Colosseo non è stato solo la più grande macchina per spettacoli dell’antichità, ma anche un tempio che celebrava il significato della rigenerazione della Civiltà Romana.

A conferma ci sono indizi nascosti in tutto il monumento: uova scolpite presenti nella decorazione dei capitelli leggibili sul lato Nord dell’Anfiteatro – l’unico sopravvissuto nell’intero alzato di 50 metri, visibile da via dei Fori. E’ la teoria dell’architetto Piero Meogrossi, per oltre vent’anni direttore tecnico del monumento. «Se si ha la pazienza di aguzzare la vista – dice – si scoprirà che un uovo è visibile al centro ci ciascun capitello corinzio del terzo ordine di fornici del Colosseo e in tutti i capitelli compositi del quarto. Di solito sulla sommità dei capitelli appare una rosetta, qui invece c’è un ovale». Secondo l’architetto il Colosseo è costellato di uova: la forma stessa dell’Anfiteatro Flavio è un ovale. «L’uovo rappresenta la forma simbolica della rigenerazione,  il Colosseo è dunque un tempio sacro dove celebrare la rigenerazione della Civiltà Romana; il sangue faceva parte della sacralità dei giochi, erano concepiti come rituali di iniziazione in cui si esprimeva la lotta dell’uomo contro la natura».

Ma c’è dell’altro: «In origine – dice Meogrossi –  il Colosseo era il catalizzatore delle misure sacre di Roma, cioè è un luogo cruciale come il Partenone dove si celebravano le misure sacre per la rigenerazione della città: Roma è infatti ordinata secondo un asse che segue l’allineamento dei sette pianeti verificatosi nel cielo all’alba del 21 aprile del 753 a.C.; l’asse, Axis Paliliae, attraversa il Colosseo, il Sacello di Streniae, correva accanto al Tempio di Giove Stator, arrivava alla Sala Ottagona della Domus Aurea (sotto cui c’è il Mundus), alla Domus Flavia e al Tempio di Apollo. Di contro, partendo dalla Sala Ottagona, la perpendicolare sull’Axis Paliliae centrava il Tempio dei Dioscuri, finendo in prospettiva sull’antica via Lata (via del Corso). Erano questi il cardo e il decumano massimi di Roma».

(testo tratto dal Messaggero Roma on-line del 18.03.2013)

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Le Idi di Marzo. Omaggio al divo Iulio

Come da tradizione annuale, in occasione delle Idi, Idibus Martiis (15 marzo), il Movimento Tradizionale Romano - M.T.R. si riunisce di fronte  la statua di Cesare presso i Fori Romani per onorare il divo Iulio con dono floreale.

Caio Gulio Cesare è un personaggio noto, la sua morte, al di là, del significato politico, si configura come una ripetizione della morte di Romolo; come Romolo, Cesare sarà divinizzato dopo la sua morte. L’ara di Cesare è il luogo in cui Cesare viene cremato ed è sacro, un punto focale della nostra memoria e della nostra storia.

Nella foto, l’omaggio/corona del MTR del 2013 e.v.

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Un papa rinuncia ad esser ponte col divino. Lo Spirito Santo “s’è involato”. Il contrappasso alla diserzione del 376 e.v.?

Il fulmine che ha colpito il cupolone la sera dell’11 febbraio 2013

L’11 febbraio 2013, 84° anniversario del Patti Lateranensi, lo Spirito Santo è volato via dal Vaticano.

Spezzando una tradizione millenaria papa Benedetto XVI ha, infatti, liberamente svestito la carca di Pontifex (Maximus), di “ponte” con la divinità, con decorrenza 28 febbraio alle ore 20. Semel abbas, semper abbas, si diceva: abate una volta, abate per sempre. Ma per Ratzinger non è stato così. Il suo gesto individuale è, tuttavia, di grande portata e lascerà il segno.

Come noto, la carica di Pontifex (Maximus) non è nata nella Chiesa cattolica, ma ha rappresentato il supremo ruolo di sorveglianza e di governo sul culto religioso appannaggio dei massimi magistrati romani, poi degli imperatori – che riunivano nella loro persona poteri temporali e spirituali. Così fu per secoli sino al 376 dell’era volgare, quando l’imperatore 16enne Graziano, succube del vescovo di Milano Ambrogio, ruppe la secolare unità tra microcosmo e macrocosmo declinando l’onore/onere del pontificato massimo perché incompatibile con la religione dominante. A seguire, dal 380, promulgò l’Editto di Tessalonica che dichiarava il Cristianesimo religione di Stato e ordinò la soppressione degli antichi collegi sacerdotali, la rimozione della statua della Dea Vittoria dal Senato, la demolizione dei templi e la persecuzione dei pagani.

Ora, a 16 secoli di distanza e ad Ambrogio piacendo, un rimbalzo di contrappasso centra il Cattolicesimo universale che quella carica aveva mutuato. Con la sua rinuncia, infatti, Benedetto XVI, Pontifex Christianorum eletto dai cardinali “per intercessione dello Spirito Santo”, ha anteposto all’Ufficio la sua personale inclinazione, ha rifiutato il sacrificio dell’individuo in funzione del rapporto con l’Ultraterreno, ha sconfessato il Magistero – facendo così compiere alla Chiesa il balzo decisivo che l’assomiglierà sempre più a un centro mondiale di carità e assistenza. Il paragone sostanziale non va fatto, dunque, tra Benedetto XVI e l’eremita templare Celestino V (che governò, ottantenne, 4 mesi) o con altri sette papi dei primordi, rinunciatari “per forza”, ma con l’imperatore Graziano: come lui, Ratzinger ha disertato di fronte alla nuova religione dominante: in questo caso il Relativismo secolarizzante.

Evidentemente, erano maturi i tempi perché la scelta fosse di vertice, visto che il terreno è ben seminato. Come narrava nel 1974, incompreso, Guido Morselli nel suo romanzo premonitore “Roma senza Papa – che ha dipinto un affresco della sbracatura spirituale e delle debolezze della Chiesa – la rotta si è dipartita dal Concilio Vaticano II. Da allora muove, con inesorabile cupio dissolvi, lo scisma silenzioso del popolo dei credenti apparenti che, incalzati dai laici militanti, dagli intellettuali benpensanti, dalle lobby gay, dall’Unione europea, uno dopo l’altro ha fatto saltare i tappi ai precetti cattolici. La conferma, subliminale e rivelatrice, arriva anche dalle reazioni al gesto del papa: è tutto un florilegio di apprezzamenti per la “tenerezza di un Ratzinger “profondamente umano, che si è dimesso “per raggiunti limiti d’età, “a causa di veleni e ricatti, “per liberarsi dalla cappa dello Ior, “per un tormento intellettuale.

Verissimo, tutto è così … umano, c’è ben poco di spirituale. Il processo di denudazione è inarrestabile e ora investirà la gerarchia, ormai scatola vuota: già svolazzano gli avvoltoi, imbeccati dai media, a mettere in discussione i cardinali (il primo a saltare è stato l’irlandese O’Brien).

Domus Lases

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Gli Etruschi sono “Italiani”. Definitivamente smentita dalla paleogenetica la diffusa teoria sull’origine orientale

Pendente “solare” etrusco con lo swastika – Bolsena

Gli Etruschi sono “Italiani” doc. Non provengono dalla Lidia (nell’odierna Tuchia).

E’ quanto sostiene un importantissimo studio pubblicato su Plos One (rivista internazionale gestita da una organizzazione no-profit di scienziati), coordinato da Guido Barbujani, docente di genetica dell’Università di Ferrara e da David Caramelli, docente di antropologia dell’Università di Firenze e realizzato in collaborazione con il Consiglio nazionale delle ricerche.

I ricercatori hanno confermato l’ipotesi  autoctona analizzando il dna degli abitanti di Volterra e del Casentino, dove si rinvengono ancora cromosomi identici a quelli dei Rasenna di 2.500 anni fa, confrontandoli con quelli di numerosi reperti ossei. Dalle analisi è emerso, inconfutabilmente, che in una minoranza di toscani è ancora viva l’eredità biologica dei famosi antenati.  I ricercatori hanno anche effettuato confronti con dna provenienti dall’Asia, dimostrando che fra Anatolia e Italia ci sono state migrazioni, ma risalenti ad epoche diverse e senza alcun rapporto con la comparsa della Civiltà etrusca ventotto secoli fa.

Grazie dunque alla paleogenetica, che applica tecnologie di sequenziamento di nuova generazione per recuperare informazioni da molecole di dna antiche di 2 mila anni, viene definitivamente smentita la diffusa teoria dell’origine orientale degli Etruschi.

Onore a Dionigi d’Alicarnasso che lo sosteneva già nel I secolo avanti l’Era volgare.

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