Natale di Roma presentazione de “Magica incantamenta”

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MMDCCLXIX a.U.c

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21 Aprile MMDCCLXIX a.U.c. – le celebrazioni del M.T.R.

21 aprile 2016

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IDI DI MARZO

 

La corona d'alloro del MTR per Giulio Cesare

La corona d’alloro del MTR per Giulio Cesare

Le idi di marzo del 44 a.e.v. il Divo Caio Giulio Cesare venne assassinato. La sua morte fu una tale catastrofe che scosse il mondo. Virgilio ci descrive così l’eclissi che ne seguì: Ille (il sole) etiam exstincto miseratus Caesare Romam, cum caput obscura nitidum ferrugine texit impiaque aeternam timuerunt saecula noctem (il sole volle commiserare Roma per la perdita di Cesare ricoprendo di una oscura caligine il proprio volto splendente e le genti del tempo temettero la notte eterna e, per aver fomentato guerre civili, voluto o consentito l’assassinio di Cesare, si macchiarono di empietà). Cesare cadde pugnalato sotto la statua di Pompeo che si trovava nell’omonima curia (senato), si dice dove oggi è un pino secolare in largo Argentina. Il dictator perpetuo, che il 20 del mese a lui dedicato, luglio, festeggia l’apoteosi (e la cometa solcò il cielo di Roma), ci ha lasciato un’eredità immensa, in tutti i campi. Noi vogliamo ricordare quella più evidente e meno celebrata: la divisione del tempo. Con il suo calendario, solare e non più lunare, di 365 giorni, che già prevedeva gli anni bisestili, informò di sé tutto il mondo conosciuto e pose radici secolari; nonostante il ritocchino (l’eliminazione di 11 giorni nel 1582) di papa Gregorio XIII, porta il nome di “Giuliano” e scandisce ancora la nostra vita dopo duemila anni.

L'omaggio notturno del MTR

L’omaggio notturno del MTR

Apoteosi di Cesare

Ricordati: Cesare è sacerdote di Vesta; è Essa che le mani empie colpiscono con le armi, ma sottrae l’eroe, lasciando il posto al suo simulacro. Quella che cade è solo l’ombra di Cesare. Egli ora vede in Cielo gli Atrii di Giove.

 

 

 

 

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L’homo sapiens abitava il Polo Nord 45 mila anni fa, prima della glaciazione: ecco le prove. Gli iperborei di Evola.

L’equipe del paleontologo Vladimir V. Pitulko dell’Accademia russa delle scienze di S. Pietroburgo ha trovato prove di presenza umana a 72° Nord all’interno del Circolo polare risalenti a ben 45.000 anni fa (test del radiocarbonio). Mai, in precedenza, si erano registrate tracce di homo sapiens così a Nord. La località si chiama a Sopochnaia Karga ed è in piena Siberia artica (lat. 71,86 – lon. 82.7).
Lo scrive la rivista Science nel suo numero 351 del 15 gennaio scorso.
La prova provata è nella forma di una carcassa di mammut, congelata da qualche millennio, che porta molti segni di ferite d’arma da punta e da taglio inflitte sia pre sia post-mortem, unita ai resti di un lupo braccato posto in una posizione separata, di età simile. Entrambi i ritrovamenti indicano che esseri umani sapiens, capaci di cacciare e sezionare una preda, potevano essersi ampiamente diffusi in tutta la Siberia artica almeno dieci millenni prima di quanto si pensasse. Sinora, infatti, tutti i ritrovamenti più settentrionali databili 45 mila anni fa si trovavano a 55 ° N, in Siberia occidentale, mentre più sù, nella Siberia artica, tracce di presenze umane erano stata fatte risalire a 30/35.000 anni fa, ma non erano mai state registrate oltre i 66° N.
MammoutLa notizia è esplosiva e avvalora di  evidenze “scientifiche” le intuizioni del grande filosofo tradizionalista Julius Evola scritte nel suo “Rivolta contro il mondo moderno”. E’ qui, infatti, al Polo Nord, che lo scrittore colloca il paese degli Iperborei che, secondo la geografia sacra di antiche tradizioni “erano il popolo che abitava nella luce eterna, la cui regione era patria dell’Apollo delfico, il puro, il radiante, il dio dell’età dell’Oro”. “E ceppi – cito a memoria – ad un tempo regali e sacerdotali, come quello dei Boreali, trassero questa loro dignità da questa terra apollinea: ciclo dell’essere, ciclo solare, ciclo della luce, tali sono i caratteri che presenta l’Età dell’Oro, ovvero l’Età degli Dei”.
Il Nord come luogo simbolico, dunque, per Evola, il cui significato si confonde con quello del luogo della prima età. “Ci si trova dinnanzi – scrive – ad un motivo il quale ha, simultaneamente, un significato spirituale e un significato reale per rifarsi a qualcosa in cui il simbolo fu realtà e la realtà fu simbolo, in cui storia e super storia furono due parti non separate, anzi trasparenti l’una nell’altra”. Evola dunque sostiene che, secondo la tradizione, in epoca paleolitica (meglio, “di alta preistoria”), che viene a corrispondere alla stessa età dell’oro o dell’essere, “la terra polare sarebbe stata una regione situata nel settentrione, nella zona dove oggi cade il polo artico della terra, regione abitata da esseri in possesso di quella spiritualità non umana (oro, gloria, luce, vita) che ebbe in proprio la tradizione uranica allo stato puro e fu la scaturigine centrale delle forme che questa tradizione ebbe altre civiltà, prima fra tutte quella atlantica”.
Basti pensare alla tradizione romana e al calendario di Romolo articolato su dieci mesi, “artico”.
O agli Inni Vedici e allì’Avesta interpretati dal “bramino” indiano Bal Gangadhar Tilak ne  “La dimora artica nei Veda” dove si afferama che gli ariani abitavano il Polo Nord prima dell’inizio dell’ultima glaciazione.
Ora, di questa “nostra” Tradizione, ne abbiamo anche evidenze paleontologiche tangibili.
Paolo Casolari

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la Luce sveglia l’Eterno e l’Anima danza dopo la lunga notte di Angerona. Felice Solstizio d’Inverno

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Il ritorno del lupo. Fedele, ilare, feroce all’occorrenza e luminoso come il Sole. L’occidente cerca un modello? E’ qui

Più che un articolo, un manifesto culturale e spirituale da assaporare parola per parola. E’ il mirabile pezzo di Alessandro Giuli uscito su Il Foglio il 23 novembre 2015, replicato qui di seguito.

"I Lupercali", olio su tavola di Domenico Beccafumi, collezione Martelli - Firenze

“I Lupercali”, olio su tavola di Domenico Beccafumi, collezione Martelli – Firenze

In un’alba di fine agosto fra le creste montane dell’Abruzzo ancora intatto, un cucciolo di lupo sbuca all’improvviso dalla faggeta, annunciato da un turbinìo di ringhi e scrosci di foglie. Caracolla impettito sotto gli occhi sgomenti di un uomo nascosto a pochi metri, avanza stringendo nella mascella la testa sanguinante di una cerva appena sbranata dagli adulti, gettata fra i lupatti come trofeo di una contesa per iuniores dalla quale nascerà un giovane capo, una gerarchia, il seme regale del branco che verrà. Il cucciolo vincitore scruta l’orizzonte, le orecchie mobili ad auscultare sussurri e vibrazioni di un cerchio invisibile, come per indovinare un richiamo, quasi a cercare l’assenso del capostipite, il dio Lupo. “Era stato l’insieme dello sguardo innocente di quel lupo con l’espressione serena della cerva, che sembrava addormentata, a sconvolgermi. Non c’era alcuna malvagità in quella scena; sembrava quasi un gioco infantile, eppure spiegava tutto: era la quintessenza della selvaticità. Una vera e propria epifania ecologica. La vita che nasce dalla morte”. Così scrive il protagonista di questa visione, il fotografo e biologo Bruno D’Amicis, nel suo formidabile diario per immagini intitolato “Tempo da lupi” (un lungo viaggio fra appostamenti e incontri lupeschi documentato con testo e foto di raro splendore, appena pubblicato da Lit edizioni). Continua a leggere

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Eccezionale scoperta a Roma presso il Quirinale: spunta la casa del custode del tempio. Cambia la mappa della citta

160904063-4d46f52a-42cf-4e21-af35-9463eb6b6717Un ritrovamento importantissimo del VI secolo a.c. è stato individuato a Roma sotto palazzo Canevari, in largo di Santa Susanna, all’inizio di via Bissolati, a pochi metri dal Quirinale e da via Veneto. Si tratta di una casa della prima metà del VI secolo a pianta rettangolare, con due ambienti,  un ingresso, un portico e con muri rivestiti di intonaco e coperti da un tetto di tegole. Vista la posizione elevata, tutto lascia pensare a una famiglia di rango legata alla cura e custodia della vicina famosa area sacra, l’area dove nel V secolo sarebbe sorto l’immenso tempio scoperto nel 2013 e non ancora attribuito (Quirino?). La «casa dei re», come l’hanno ribattezzata gli archeologi impegnati sotto la guida di Mirella Serlorenzi, aveva una dimensione di tre metri e mezzo per dieci di pianta con un’altezza di circa tre metri. Roma, dunque, nel VI secolo a.c., gli anni del re Servio Tullio, era molto più ampia di quanto si sia stimato sino ad oggi. L’area del Quirinale, che secondo gli studiosi era occupata solo da necropoli o da edifici sacri, in realtà ospitava già abitazioni strutturate. La scoperta risale alla piena estate e si deve agli scavi seguiti dalla Soprintendenza speciale per il Colosseo, il Museo nazionale romano e l’Area archeologica di Roma all’interno di palazzo Canevari, ex Istituto Geologico, oggi di proprietà del gruppo Cassa Depositi e Prestiti, in ristrutturazione. Lo stato di conservazione della casa è ritenuto straordinario. Il sovrintendente Francesco Prosperetti ha assicurato i media che gli scavi non verranno reinterrati, ma saranno visibili al pubblico.

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Ritrovata la statua di Minerva che indicava il primo approdo del progenitore Enea in Italia. Roma si sta risvelando

20150705_101795_5Nel Salento è tornata alla luce una statua di grandi dimensioni databile al IV secolo a.c.. Secondo gli archeologi potrebbe essere identificata come la Minerva del Tempio che indicava il luogo sacro esatto in cui, secondo quanto canta Virgilio nell’Eneide, l’eroe Enea sbarcò in Italia dopo la caduta di Troia. La scoperta risale a inizio luglio ed è avvenuta a Castro (in provincia di Lecce), lungo la costa orientale della penisola salentina. Qui l’archeologo Amedeo Galati, che aveva già individuato i resti di strutture murarie riconducibili alla “rocca con il Tempio di Minerva” raccontata da Virgilio, ha rinvenuto ad oltre tre metri di profondità un busto marmoreo colossale femminile con veste drappeggiata databile al IV secolo avanti Cristo. Ad una prima analisi, sembrerebbe proprio raffigurare la dea Minerva. Continua a leggere

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La Res Publica romana modello politico per i nostri tempi? Si apre la riflessione alla Camera. Tutto il video del dibattito

I modelli politici di Roma antica, recentemente sintetizzati in un denso e completo volume da Luca Fezzi, docente di storia romana all’Università di Padova, sono stati oggetto di un interessante ed inconsueto incontro organizzato a Roma alla Camera dei deputati dal Movimento cinquestelle. presentazione-libro_MODELLI-POLITICI-DI-ROMA-ANTICAPer la prima volta la Res Publica Romana (quella prisca), infatti, è stata oggetto di analisi non solo storica, ma prospettica sul presente, nonché assunta a paradigma per riflettere sui possibili travasi d’ossigeno alla stantia politica nostrana. Introdotta dall’archeologo e giornalista Manlio Lilli, la conferenza ha visto le relazioni di Paolo Nicolò Romano deputato del M5S, Arnaldo Marcone, docente di storia romana all’Università Roma Tre, Umberto Roberto, docente di storia romana all’Università europea di Roma, Lorenzo del Savio, docente di filosofia all’Università di Kiel, Vittorio Mameli, docente di filosofia al King’s college di Londra oltre a quella dell’autore Fezzi. I tanti e intriganti spunti emersi, che fanno ben sperare per un proficuo seguito del fertile approccio avviato, hanno stimolato gli interventi del giornalista Paolo Casolari e del presidente del M.T.R. Daniele Liotta, tesi a focalizzare sui capisaldi della Romanità e sul ruolo non secondario che ebbe la Pax Deorum nel connettere e sostanziare “l’impero senza fine”.

Clicca sulla locandina per seguire la registrazione filmata dell’intero evento 

 

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